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Il Cavaliere del Destino (seguito)

 
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Saga no Gemini



Joined: 08 Aug 2012
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Location: Napoli

PostPosted: Wed Aug 16, 2017 16:59 pm    Post subject: Il Cavaliere del Destino (seguito)  Reply with quote

Ciao a tutti, ragazzi!

E' passato un bel po' dalla pubblicazione dell'ultimo capitolo della mia fanfic, ma purtroppo nell'ultimo anno ho avuto troppo poco tempo da dedicare alla scrittura!

Comunque sia, ora possiamo ripartire con "Il Cavaliere del Destino".

Se volete fare un riepilogo di quanto accaduto finora, trovate i primi 10 capitoli qui: http://www.icavalieridellozodiaco.net/fanfics/saganogem1.htm

Se volete lasciare un commento, una critica, quello che volete, potete farlo qui:
http://icavalieridellozodiaco.myfreeforum.org/about6982.html


Buona lettura!
_________________
Noi tutti viviamo nello spazio che intercorre fra un attimo e l'eternità.- Accel World


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Saga no Gemini



Joined: 08 Aug 2012
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PostPosted: Wed Aug 16, 2017 17:02 pm    Post subject: Reply with quote

Capitolo XI
ATTACCO AL GRANDE TEMPIO

Area del Grande Tempio, giugno 1063

  La porta si aprì con un leggero scricchiolio. Vernalis entrò e si accorse subito che il suo discepolo dormiva ancora. "E' ora di alzarsi, dormiglione!", disse, scuotendo con forza il giaciglio del ragazzo. Sargas si svegliò di soprassalto, si stropicciò gli occhi e tra i fumi del sonno ancora vivo scorse il proprio maestro, vestito dell'armatura e con l'elmo sottobraccio. Il ragazzo si alzò, voltandosi verso la finestra. Doveva essere l'alba. "Ti aspetto fuori, cerca di sbrigarti! Ci attende una dura giornata", riprese il Cavaliere di Pisces, imboccando l'uscita. Il ragazzo annuì ed iniziò a prepararsi: erano già passati sei mesi da quando era arrivato al Grande Tempio, ma finora non era ancora riuscito a risvegliare il suo cosmo. Sebbene Vernalis lo rassicurasse e gli spiegasse che era normale non riuscire a bruciare il cosmo dopo così poco tempo, il ragazzo sentiva, a volte, di deludere tutte le aspettative del suo mentore.
  Si vestì in fretta, versò l'acqua di una brocca in un bacile di rame e si lavò la faccia assonnata. Gli ultimi fumi del sonno si dissolsero a contatto col tocco rinfrescante di quell'acqua. Uscì di corsa e vide Vernalis in piedi, alla fine del breve sentiero. Gli si avvicinò rallentando il passo e con voce abbattuta domandò: "Dove ci alleneremo oggi, maestro?" Il Cavaliere di Pisces lo guardò per un attimo con occhi severi, poi rispose: "Andremo a Psittalia, una piccola isola poco più a nord del Pireo. C'è una zona disabitata, ci alleneremo lì". Sargas annuì. Da quando era diventato maestro, la gentilezza e l'affabile cordialità del custode dell'ultima casa si erano ammantate di una certa freddezza e di una buona dose di severità.
  Senza proferire altre parole, Vernalis cinse i fianchi dell'allievo con un braccio ed in un attimo si ritrovarono nella zona meridionale di Psittalia. Era una spiaggia brulla, disseminata qua e là da radi cespugli. Gli unici rumori percepibili erano la voce del mare calmo che carezzava la bassa battigia e il melanconico grido dei gabbiani. Sargas si fermò a guardare l'immensa distesa azzurra, il volto mesto e la mente affollata da innumerevoli pensieri. Vernalis non approvava quell'inutile mestizia e quella tristezza che sembravano essersi impadroniti del suo discepolo. Si piantò davanti a lui e con voce ferma e lapidaria lo rimproverò: "Sei ancora convinto di diventare Cavaliere?" Il ragazzo, distolto dai suoi pensieri, fissò il volto duro e accigliato del maestro e annuì col capo senza proferire parola.
  Un manrovescio del Cavaliere lo gettò a terra. Sargas si massaggiò la guancia dolorante e vide il maestro farsi ancor più dappresso. "Vuoi ancora diventare un Cavaliere?", ripeté il custode dell'armatura di Pisces con tono autoritario. "Sì...", rispose il ragazzo con voce rotta. "Allora alzati e dimostrami che dici il vero! Non si diventa Cavalieri rimuginando sui propri fallimenti, ma perseverando e faticando! Se non impari ad accettare i tuoi errori e a superarli, non indosserai mai un'armatura! Senza determinazione nessuno può combattere! Smettila di fare il ragazzino piagnucoloso e comincia a metterci serio impegno!", aggiunse Vernalis, allontanandosi di qualche passo.
  Sorpreso dal gesto del maestro, Sargas si rimise in piedi. Era strano per lui vedere un uomo pacato come Vernalis inveire con tanta veemenza, ma in fondo il rimprovero se l'era meritato. L'entusiasmo dei primi giorni aveva iniziato a scemare non appena la difficoltà di risvegliare il cosmo si era fatta più evidente. Nella sua mente si era affastellata una congerie di pensieri negativi che stava minando la sua determinazione. Ma se voleva diventare Cavaliere, doveva scrollarsi di dosso ogni incertezza ed armarsi di pazienza e costanza.
  Vernalis fece bruciare una scintilla di cosmo e dalla sabbia sorsero quattro arbusti spessi e possenti. "Ora concentrati! Tendi i tuoi sensi, percepisci ogni cellula del tuo corpo, incanala tutta la tua energia in un unico punto e poi colpisci!", suggerì al discepolo, che sembrava aver ripreso un barlume di fermezza. Sargas chiuse gli occhi, fece un profondo respiro e concentrò tutto se stesso. Quando si sentì pronto sferrò un poderoso pugno ad uno degli arbusti, ma il risultato non fu quello sperato. Il tronco era rimasto intatto, mentre la mano del ragazzo era ferita, sanguinava e tremava per il dolore lancinante. I suoi occhi si bagnarono di lacrime: perché non riusciva a superare quella situazione di stallo? Perché continuava a commettere gli stessi errori?
  Vernalis gli si avvicinò. Il giovane apprendista si aspettava un nuovo rimprovero e magari anche un altro schiaffo, ma così non fu. "Fammi vedere la mano!", disse il Cavaliere. Sargas gliela mostrò titubante, convinto di incorrere di nuovo nelle ire del maestro. Vernalis la strinse fra i palmi avvolti di cosmo e il ragazzo avvertì il dolore svanire completamente. Percepiva solo un forte calore, ed una repentina calma lo invase. "Come avete fatto?", chiese d'impeto, vedendo la mano risanata. "E' merito del cosmo! Grazie ad esso un Cavaliere può travalicare i limiti umani e sviluppare abilità particolari", rispose il custode della dodicesima casa con tono più disteso. "Ora riprendiamo l'allenamento", aggiunse, tornando sui suoi passi.
  Sargas guardò la mano guarita per un istante, poi si voltò verso il maestro e disse: "Signore, ho paura di non riuscire. Voglio diventare Cavaliere con tutto me stesso, ma il dubbio di non farcela continua a riaffiorare". Il Cavaliere incrociò le braccia ed abbassò il capo: era lieto che il suo discepolo gli palesasse le inquietudini che lo assillavano. "Sei in dubbio perché hai perso di vista lo scopo che all'inizio ti ha spinto ad abbracciare questo cammino! Dov'è finita la tua volontà di aiutare i deboli, di creare un futuro di pace e tranquillità? Se non riacquisti la determinazione e la fiducia in te stesso non risveglierai mai il cosmo!", spiegò Vernalis con espressione dura e severa. Il ragazzo si fermò a riflettere sulle parole del maestro e capì di aver smarrito il proposito che lo aveva indotto a candidarsi fra le schiere di Atena. Forte di questa consapevolezza, il suo sguardo si spogliò dell'aria triste e malinconica che aveva indossato finora e si vestì di nuova luce e limpida speranza.
  Intanto il sole aveva lasciato il suo giaciglio ed aveva fatto capolino nel cielo terso e sgombro di nuvole. Lontane, all'orizzonte, alcune barche di pescatori tornavano a casa dopo una notte di duro lavoro. Erano dirette al porticciolo a nord dell'isola o al Pireo, dove il carico sarebbe stato scaricato e venduto.
  Al Grande Tempio, nella Casa dei Gemelli, Calx stava lucidando l'armatura prima di indossarla per uscire. Si sentiva stranamente inquieto, come colto da uno strano presentimento, ma forse era solo la naturale agitazione per il nuovo incarico che il Sacerdote gli aveva affidato. Si chiedeva se il consesso fosse già iniziato e se le cose stessero andando per il verso giusto. Sperava che non accadesse nulla d'irreparabile e che i compagni tornassero presto a casa.
  Stretto da questi pensieri si alzò, si avvolse di una luce dorata e l'armatura, richiamata dal cosmo del proprio custode, si scompose e si agganciò sul suo corpo. Il ragazzo lasciò la terza casa, imboccò le scale che conducevano alla dimora di Elnath e proseguì lentamente. Il silenzio del monte spoglio e grigio, rotto dal gioioso canto di uccelli giocosi e dai passi metallici del Cavaliere, evocava un senso di pace e di serenità. Il giovane attraversò l'imponente ingresso posteriore della Casa del Toro, vuota per l'assenza del suo custode, e puntò dritto a quella del Montone Bianco, dove si trovava Hamal.
  Entrato nella prima casa, Calx iniziò a chiamare il compagno. La voce si disperdeva nel reticolo di corridoi e stanze illuminati a sprazzi dai raggi del sole. Il Cavaliere di Gemini continuava a proseguire e a pronunciare il nome del parigrado che, finalmente, rispose. "Sono qui, Calx, vieni avanti". La voce proveniva da un corridoio sulla destra del Cavaliere che conduceva a una piccola stanza. Calx lo trovò seduto, vestito dell'armatura, intento a leggere un grosso volume dalla copertina rossa. "Stai andando a Rodorio?", chiese Hamal, distogliendo gli occhi dalla lettura. Il giovane Gemini annuì ed aggiunse: "Volevo chiederti il permesso di attraversare la tua casa". "Fai pure, non serve chiedermelo!", replicò il Cavaliere di Aries con tono affabile, tornando a puntare gli occhi sul testo che stava divorando.
  "Cosa leggi di tanto interessante?", domandò Calx, vedendolo profondamente preso da quel grosso volume. "Sto cercando altre informazioni sulle Arâia e sul loro legame con le pietre preziose. Il Sacerdote me ne ha accennato prima di partire ed ho deciso d'indagare", spiegò Hamal. "Ed hai trovato qualcosa?", riprese il custode della terza casa. "Ancora no, purtroppo. Ma sono certo che ci riuscirò!", rispose fiducioso il Cavaliere di Aries. "Ti lascio alla tua ricerca, allora", disse Calx, congedandosi dall'amico e dalla prima casa.
  Uscito dalla dimora del Montone Bianco discese l'ultima rampa di scale che conduceva ai piedi del monte e si diresse verso la zona del mercato. Chiunque incontrava si fermava per un attimo e si inchinava. Era un'antica forma di rispetto che gli abitanti del Grande Tempio tributavano ai Cavalieri di più alto rango fin dall'era del mito. Tuttavia, Calx si sentiva a disagio ogni volta che qualcuno gli offriva quell'omaggio. Giunse infine alla meta: il mercato era a ridosso di un monte; aveva la forma di un ampio semicerchio adornato di colonne corinzie diroccate o fitte di crepe. Da un anfratto del monte si notava un folto andirivieni di persone: erano i mercanti di Rodorio che portavano approvvigionamenti alla dimora di Atena.
  Calx puntò verso quell'anfratto: non c'era nessun sentiero che collegasse Rodorio al Grande Tempio, ma era solo un inganno. Per impedire che gli abitanti del villaggio si perdessero fra gli angusti passi di montagna o rischiassero di morire fra gli innumerevoli crepacci della zona, confusi dalla barriera che proteggeva la dimora terrena della dea, Atena aveva creato una porta dimensionale nella zona del mercato che immettesse direttamente a Rodorio e viceversa. Il Cavaliere attraversò quel portale nascosto e si ritrovò su una larga via che, a un visitatore ignaro, sarebbe apparsa solo come un vicolo cieco.
  Rodorio aveva una pianta a spina di pesce: era attraversato da una larga strada che tutti chiamavano Sfondilica [Via della Lisca], che ad ovest conduceva al demo di Colargo e ad est a quello di Pallene. Ai lati della via principale vi erano innumerevoli viuzze e stradine e, proprio al centro del paese, la Sfondilica era intersecata da un'altra via, la Odeporica [Via dei Pellegrini], la strada su cui si trovava Calx. Quest'ultima, a nord, risultava essere un vicolo cieco, poiché terminava sotto un grigio ammasso di roccia; a sud, invece, conduceva al demo di Peania.
  Il custode della terza casa si avviò lentamente, guardandosi intorno con curiosità. La vivacità e la serenità nei volti di quelle persone, nonostante la situazione di pericolo e le continue perlustrazioni dei Cavalieri, lo avevano lasciato senza parole: vivere a contatto con minacce costanti e reali li aveva fortificati a tal punto? Eppure sapeva che più di una volta, in passato, Rodorio era stato sull'orlo dell'annientamento. Ma in quelle facce poteva scorgere il fuoco della speranza e la fiamma della fiducia in Atena e nei suoi paladini. Sentiva addosso una responsabilità ancora maggiore, mentre tutti s'inchinavano al suo passaggio. Rallentò il passo fino a fermarsi, ponderando le sensazioni che gli suscitavano quegli sguardi e quei comportamenti: il tempo sembrava essersi fermato per quella gente e i pericoli del mondo sembravano solo lontane dicerie per loro. Calx era ammirato e sorpreso ad un tempo.
  Mentre la sua mente era occupata a meditare, qualcuno lo urtò violentemente e cadde a terra per l'impatto. Calx si voltò di scatto e vide una fanciulla dai capelli corvini rialzarsi. Le tese una mano, ma lei la scansò dicendo: "Non ho bisogno del vostro aiuto, posso alzarmi anche da sola!" Si rimise in piedi, scrollandosi di dosso la polvere, prese la cesta che le era caduta e la infilò sotto il braccio. "Perdonatemi, signorina! Siete ferita?", chiese il giovane guerriero della dea. Con aria annoiata e quasi infastidita, la ragazza riprese il cammino dicendogli che stava bene. Il Cavaliere di Gemini era rimasto di sasso: la reazione di quella fanciulla, il suo modo di rivolgersi ad un paladino di Atena, il suo agio a parlare con lui non se li sarebbe mai aspettati. Di solito le ragazze del villaggio si mostravano timide ed arrossivano abbassando il capo se un Cavaliere le rivolgeva la parola, ma quella ragazza sembrava totalmente diversa.
  Calx riprese il cammino ed iniziò a seguirla, tentando di intavolare una conversazione. La fanciulla camminava a passo svelto e, sentendosi osservata e seguita, di tanto in tanto girava lo sguardo verso il suo inseguitore ed un'espressione contrariata e infastidita le si dipingeva negli occhi. "Posso chiedervi il vostro nome?", domandò il Cavaliere, che aveva deciso di raggiungerla per evitare ulteriori malintesi. "E che ve ne fareste del mio nome? Sono una ragazza qualunque!", rispose la fanciulla dai capelli corvini. "Eppure non avete l'aria di essere nata qui. Il vostro atteggiamento tradisce un'origine diversa!", le fece notare il discepolo del Sommo Alexer. La giovane ragazza lo guardò per un attimo ed un leggero sorriso le adornò il viso. "Può darsi", ribatté continuando a tenerlo sulla corda. "Allora, posso sapere il vostro nome?", incalzò Calx che si sentiva stranamente attratto da quella fanciulla così diretta e per certi versi insolente.
  "Siete ostinato, vedo. Tuttavia, il mio nome non è cosa che vi riguardi!", s'impuntò la ragazza. Eyra era cambiata parecchio. Da quando suo zio Makarios era stato assassinato, si era sentita rinata ed aveva potuto dare sfogo alla sua rabbia a lungo repressa. La sua sfacciataggine e il suo carattere altero e freddo avevano trovato terreno fertile, ora che non era più vittima. Il suo unico scopo era fuggire dalla monotonia di quel villaggio e tornare ad Atene, la sua città natale, per scrollarsi di dosso i problemi del Grande Tempio e dei suoi Cavalieri. "Perché continuate a seguirmi?", riprese, guardando con disappunto l'imbarazzato Calx.
  "Non vi sto seguendo, sono solo diretto alla locanda di Niketas, che si trova sulla Sfondilica", rispose il Cavaliere di Gemini, simulando orgoglio e sicurezza. "Capisco", commentò la nipote di Makarios, continuando a procedere a passo spedito. Calx la guardò per un fugace istante, in silenzio, e sentì il suo cuore sobbalzare. Era una sensazione strana, improvvisa e nuova. Non riusciva a spiegarsi il motivo di quell'inattesa confusione che gli aveva scombussolato l'anima.
  Proseguirono ancora per un tratto, muti e, allo stesso tempo, interessati l'uno all'altra. "Sono arrivata. Addio, signor Cavaliere!", esclamò la fanciulla, distogliendolo dai suoi pensieri. "Arrivederci!", ricambiò il custode della terza casa, con imbarazzo e a bassa voce. La vide dirigersi verso il forno e sparire oltre l'uscio. Poi tornò alla sua missione e seguitò il suo cammino in direzione della locanda.
  Anche Lamashtu si accorse che gli occhi di Calx avevano indugiato su Eyra prima di proseguire ed un inconsueto sorriso gli si dipinse sul volto. Nella sua mente iniziarono a prendere forma idee che voleva sottoporre a Kharax.
  Calx varcò la soglia della locanda, ancora vuota a quell'ora, e vide quattro Cavalieri parlare fitto attorno a un tavolo in fondo alla sala. Riconobbe le voci di Laurion e Mothalla, che si scambiavano animate opinioni. Si avvicinò e, non appena lo videro, i Cavalieri si alzarono in segno di rispetto. Oltre ai custodi delle armature di Leo Minor e Triangulum, vi erano anche Yue di Aquila, una Sacerdotessa guerriera dai capelli biondi stretti in una lunga treccia e dal volto coperto da un'anonima maschera argentea, e Kargadan di Monocerus, un possente Cavaliere di Bronzo dagli occhi azzurri e dai capelli castano chiaro.
  "Sedetevi e parliamo, amici!", esordì Calx, poggiando l'elmo sul tavolo e occupando una sedia libera. "Le nostre ricerche continuano a non dare frutto. Abbiamo controllato ogni centimetro di questo villaggio senza il minimo risultato", affermò deluso il Cavaliere di Triangulum. "Forse perché la spia con cui abbiamo a che fare non è sprovveduta!", intervenne una voce ben nota a tutti. I Cavalieri si alzarono, mentre Calx si voltò curioso: "Zosma, che ci fai qui?" Il custode della quinta casa accennò un sorriso: "Ero stufo di restarmene chiuso nella casa del Leone, così ho chiesto al nobile Kanaad il permesso di aiutare i nostri compagni di Bronzo e d'Argento con le ricerche". "Capisco", rispose Calx.
  "Dev'essere molto scaltro se finora ha eluso i nostri controlli. Riesce a contenere il proprio cosmo e a non tradirsi, recitando a perfezione la parte della persona a cui ha rubato le sembianze", aggiunse il custode della quinta casa. "Temo che finché non sarà costretto ad usare il proprio cosmo non lo rintracceremo", disse Laurion, col volto cupo e pensieroso. "Non possiamo attendere così a lungo, dobbiamo trovare una soluzione più immediata", commentò Calx.
  "I nostri compagni le hanno tentate tutte pur di stanare la spia nemica, eppure siamo ancora in alto mare. Quest'essere possiede la pazienza di un ragno! Sarà oltremodo difficile trovarlo!", aggiunse Zosma, incrociando le braccia al petto. "L'unica cosa certa è che dev'essere qualcuno molto vicino al Santuario", disse Laurion, con aria sconfortata. "Ma questo non restringe il campo: tutti a Rodorio hanno contatti con il Grande Tempio. Potrebbe essere chiunque, dal momento che non manifesta mai il proprio cosmo", obiettò il Cavaliere di Triangulum.
  Calx si alzò, si avvicinò all'ampia finestra bagnata di luce e, senza voltarsi, disse: "Laurion, Mothalla, Cavalieri, fate evacuare Rodorio! Si avvicinano dei cosmi insoliti!" Quando si voltò, Zosma era già partito a dare il benvenuto ai nemici. Il Cavaliere di Gemini sorrise ed aggiunse: "Dei demoni ci occuperemo io e Zosma, voi proteggete la popolazione ad ogni costo!" I Cavalieri annuirono e corsero ad eseguire gli ordini, mentre Calx usciva per andare incontro al suo avversario.    
  D'un tratto, i cosmi deviarono in direzione del Grande Tempio e si separarono. Il Cavaliere di Gemini corrugò la fronte ed in un lampo attraversò il villaggio e l'anfratto che immetteva al Santuario. Seguì uno dei cosmi, che si dirigeva verso l'Altura delle Stelle e scomparve.
  Intanto, Laurion e i suoi compagni facevano uscire dalle case gli abitanti del villaggio e li guidavano verso l'Odeporica. Il brusio di voci preoccupate e il pianto di alcuni bambini avevano interrotto bruscamente la tranquillità di quel giorno qualunque. Tra la folla vi era Lamashtu, pronto ad attuare il piano concordato. Camminava accanto ad Eyra, con indosso una lunga casacca munita di cappuccio. Tentava di passare inosservato, come uno dei tanti poveri indifesi che cercavano riparo tra le sicure mura della residenza terrena di Atena. Eyra, dal canto suo, provava un misto di paura e di noia. Non aveva intenzione di morire; non in quel posto almeno. Ma quell'imprevisto poteva cancellare tutti i suoi sogni e questo la amareggiava. "Sta' tranquilla, Eyra! Presto finirà tutto", le sussurrava Lamashtu, guardandola con aria eccitata. Era sicuro che sarebbe andato tutto per il meglio.
 Mentre la processione di anime scorreva costante e ordinata, il suolo esplose in migliaia di frammenti ed un nuovo cosmo si palesò. Laurion si voltò in direzione della sorgente d'energia, chiamò Kargadan, il Cavaliere che gli era più vicino, e disse: "Porta via di qui questa gente il prima possibile, di questo nuovo nemico mi occupo io!" Un po' incerto, il giovane Monocerus annuì e continuò la sua missione.
   Uno dei demoni era atterrato in una zona periferica del Grande Tempio. Era un ampio spiazzo contornato da grigie pareti di roccia. Si guardò intorno, cercando una via che conducesse al monte delle Dodici Case. Vide uno stretto sentiero e vi s'incamminò, quando, d'un tratto, una potente energia lo scaraventò contro un'aguzza roccia sporgente. L'essere avvertiva la presenza di un cosmo, ma non riusciva a capire in quale direzione si trovasse.
  "Non crederai mica che ti lasci raggiungere il Grande Tempio, vero?", risuonò l'eco di una giovane voce portata dalla brezza estiva. Il demone puntò i suoi occhi mobili in ogni anfratto, fessura o spuntone di roccia, ma non vide nessuno. Un altro colpo lo raggiunse in pieno petto e lo gettò con forza contro un'altra sporgenza rocciosa, mandandola in frantumi. Rialzatosi furioso, il demone iniziò ad urlare a gran voce: "Mai mi sarei aspettato che un Cavaliere di Atena attaccasse di soppiatto! Se sei un vero guerriero, mostrati e combatti come si conviene!" Il tono aggressivo e sprezzante del demone si perse tra il silenzio del luogo. Una risata riecheggiò nell'aria ed in un repentino lampo di luce apparve davanti al guerriero di Nergal un ragazzo dai corti capelli neri e dagli occhi color nocciola. Il demone si ritrovò per la terza volta con la schiena conficcata tra le rocce.
     "Sono Zosma di Leo, Cavaliere d'Oro e custode della quinta casa. Preparati, perché questo sarà l'ultimo luogo che vedrai!", si presentò con tono minaccioso il giovane leone dorato. Il demone si rimise in piedi, lo sguardo truce ed una smorfia di disprezzo disegnata sul volto.
  "Il mio nome è Libu, secondo demone dell'acqua! Presto ti farò pentire della tua insolenza!", replicò l'essere infernale. Indossava un'armatura dalle tonalità verdi e marroni. Gli occhi erano coperti da una maschera, unita all'elmo tondeggiante ed aderente alle forme della testa. Una lunga chioma arancione, suddivisa in quattro trecce, scendeva lungo le spalle. Il pettorale era formato da piastre verdi sovrapposte a mo' di squame che copriva soltanto la cassa toracica. Un bavero stretto e adornato da triangoli marroni proteggeva il collo. I coprispalla avevano la forma di un guscio e coprivano anche una breve porzione del braccio. Una larga fascia metallica con al centro un grosso triangolo circondava i fianchi e scendeva lungo le cosce a formare un gonnellino di piastre verdi e marroni alternate: le prime erano leggermente più lunghe delle seconde. I bracciali erano anch'essi formati da piastre sovrapposte ed ornati da piccoli scudi ovali di colore marrone. I gambali avevano la medesima forma, ma al posto degli scudi erano incisi triangoli all'altezza delle ginocchia.
  Zosma non si lasciò intimidire dalle parole del demone e con un sorriso di sfida si lanciò all'attacco, i pugni bagnati di un cosmo dorato. Libu non si fece trovare impreparato e aperti i palmi delle mani, iniziò a scagliargli contro proiettili d'acqua. Il giovane leone schivò agilmente i dardi e, grazie alla sua velocità, gli assestò un poderoso gancio al mento, che lo scaraventò verso le rocce. Il demone, tuttavia, riuscì a riprendere l'equilibrio ed atterrò senza problemi, un rivolo di sangue bluastro all'angolo destro della bocca.
  Libu si ripulì dal sangue con una mano, guardò con curiosità l'avversario e disse: "Sei un valente guerriero, hai la veemenza e la forza di una fiera! Eppure, presto questo tuo fuoco si estinguerà!" La serietà e la convinzione con cui aveva pronunciato quelle parole non smossero minimamente il Cavaliere che, anzi, trovò divertente l'eccessiva fiducia del demone. "Desolato, ma se vuoi avere ragione di me, dovrai impegnarti molto di più. Le parole non hanno potere contro un guerriero! Solo la lotta può appagarlo!", ritorse Zosma, lanciandogli contro una scarica di energia dorata. Il demone parò il colpo, creando un mulinello d'acqua fra le mani e disperdendo l'impeto dell'energia.
  Il giovane leone continuò l'assalto ed una volta avvicinatosi all'avversario fece esplodere una bolla d'energia. Stranamente, però, il colpo sembrò non sortire l'effetto sperato: difatti, fu Zosma ad essere sbalzato via e non il demone. Per la prima volta dall'inizio dello scontro fu lui a ritrovarsi a terra. Si rialzò subito, stupito da quanto era accaduto e si preparò ad un nuovo assalto.
  Mentre faceva esplodere il suo cosmo dorato, il cielo si coprì di nuvole inspiegabilmente. L'aria divenne umida ed improvvise gocce di pioggia apparvero a mezz'aria. "Credi di impressionarmi con i tuoi giochetti, essere infernale?", provocò il custode della quinta casa. "Certo che no. Voglio solo dimostrarti quanto un demone di alto rango sia un avversario difficile da battere!", ribatté Libu, con una punta di sarcasmo nella voce.
  Fece roteare in alto le braccia, come a disegnare una strana figura. Il suolo sotto i piedi di Zosma tremò, e quattro colonne d'acqua lo circondarono e lo avvolsero. "A Azla! [Gabbia d'Acqua]", sussurrò Libu, come se pronunciasse un incantesimo.
  All'interno della bolla d'acqua, il Cavaliere di Leo tentava in tutti i modi di aprirsi un varco ed uscire, ma in quella trappola l'ossigeno era rarefatto e più Zosma s'impegnava ad abbatterla, più gli costava fatica respirare. Dalle pareti trasparenti d'acqua intravedeva la sagoma tremolante del demone che intensificava il suo attacco.
  "Se cedi alla furia delle acque d'Irkalla, avrai un trapasso più agevole. Se, invece, ti ostinerai a resisterle, ogni cellula del tuo corpo andrà in pezzi, ma prima sarai straziato da indicibili tormenti!", disse Libu, con gli occhi fissi sulla vita che stava per ghermire.
  A Zosma quelle parole arrivarono come un'eco lontana; lo scroscio dell'acqua e la progressiva perdita di forze gli impedivano di sentire distintamente qualsiasi altro suono. Ma non gli importava: il suo unico obiettivo era di abbattere quella trappola infernale prima che lo riducesse all'impotenza. Raccolse tutta la forza che gli restava e in un lampo di luce scomparve.
  Il demone, contrariato, si avvide che in qualche modo la sua preda era sfuggita alla trappola, ma non se ne preoccupò. Per aggirare la sua letale tecnica doveva aver consumato parecchia energia e non avrebbe avuto la forza per continuare a combattere. Decise di provocarlo e di farlo uscire allo scoperto per dargli il colpo di grazia: "Che delusione, Cavaliere! Vedo che gli esseri umani non hanno fatto progressi nel corso dei secoli, restano ancora creature pavide e inermi, così facili da corrompere e manovrare!"
  Il Cavaliere di Leo lasciò cadere le provocazioni e si preparò ad un nuovo assalto. Sentiva in lontananza altri cosmi impegnati in battaglia ed in cuor suo pregò Atena di dar forza a tutti loro. "Forse hai ragione, gli uomini continuano a perseverare nei loro errori, ma per tutti c'è speranza di redenzione! Io ne sono la prova vivente!", affermò Zosma, uscendo da un anfratto tra le rocce. "Un tempo io ero un ladro ed un assassino, eppure oggi quest'armatura mi ha scelto come suo custode!", continuò, avvicinandosi all'avversario. Libu rise. "A quanto pare, la divina Atena ha perso il senno! Non sa più nemmeno scegliere i propri paladini!", commentò divertito, pronto a sferrare il colpo ferale.
  "Ridi pure, se vuoi, ma tu non conosci gli esseri umani. La nostra vita è un'eterna lotta e non sempre ci indirizza verso un cammino di giustizia. Spesso ci appoggiamo ai più forti solo per un istinto di sopravvivenza e non perché abbiamo un animo malvagio!
  Quando nacqui fui abbandonato sulla soglia di un postribolo! La tenutaria di quella casa di malaffare mi allevò insegnandomi l'arte del furto e della truffa e le sue uniche carezze erano le frustate che m'infliggeva quando il bottino che portavo a casa non la soddisfaceva! Ho ucciso un uomo ubriaco e violento con un coltello perché mi aveva scambiato per una delle tante meretrici del bordello! Mi salvai dal carcere solo grazie all'influenza che la mia padrona esercitava sul governatore di quelle zone! Ho vissuto l'orrore di un'infanzia grigia e arida, ma nel mio cuore sapevo che tutto ciò che facevo era sbagliato! Aspettavo una svolta, qualcosa che mi permettesse di lasciare la nefandezza e l'obbrobrio di quel posto! Gli anni passavano, la mia vita restava immobile, ma il mio cuore non cedeva alla disperazione! Finché un giorno non arrivò un uomo che mi strappò via da quelle tenebre!
  Fu il Sommo Alexer, una sera, a presentarsi all'uscio della bettola in cui vivevo. Il ricordo di quel giorno è marchiato a fuoco nella mia mente! Si appartò con la mia padrona in una stanza lontana da orecchie indiscrete e conversarono a lungo! Non ho mai saputo cosa si dissero, ma non avevo mai visto il volto della mia padrona così sconvolto! Quella sera le mie stelle cambiarono ed ora il mio cuore può combattere per difendere gli altri!", raccontò con trasporto il custode della quinta casa.
  Stupito dal passato di quel ragazzo all'apparenza innocente e ingenuo, Libu accennò un sorriso e con voce sprezzante e sarcastica replicò: "Sei proprio uno stolto! Hai conosciuto la parte peggiore dell'umanità e continui ad ergerti a suo difensore?" "Sì!", ribatté con forza il Cavaliere. "Ogni uomo in questo mondo ha un lato buono, persino la mia padrona! Avrebbe potuto farmi morire e invece scelse di allevarmi! Avrebbe potuto farmi marcire in prigione, eppure usò i suoi agganci per salvarmi! Forse non sapeva esprimere la bontà del suo cuore, ma oggi posso dare una lettura diversa a quei gesti che un tempo non capivo!", concluse, incuriosendo Libu, che era rimasto affascinato dalla lucida convinzione del suo antagonista.
  "Sei un tipo insolito, Cavaliere di Leo! Ora capisco perché quell'armatura ti ha scelto come suo custode! Ma è giunto il momento di concludere questo scontro", disse il demone, mentre gli scudi sulle sue braccia risplendevano di un cosmo arancione. Zosma non aspettò che il suo avversario portasse a termine la sua mossa e, alzati i pugni al petto, si accinse a lanciare il suo colpo. Le gocce di pioggia che stazionavano a mezz'aria, però, d'un tratto scomparvero per poi riapparire attorno ai bracciali dell'armatura di Leo. Li avvolsero ed impedirono a Zosma di sferrare la sua tecnica. Il Cavaliere capì che il demone doveva avere ancora qualche asso nella manica ed aggrottò le ciglia, puntando gli occhi su di lui.
  Libu rideva. Fece esplodere il suo cosmo gridando: "A Azla!", mentre l'acqua che aveva avvolto le braccia del Cavaliere lo copriva totalmente. Zosma cadde a terra prono, immobile. L'acqua continuava a scorrergli addosso vorticosamente, come se volesse consumarlo. "Per quanto ammiri la tua fede nella speranza che ogni uomo possa avere una seconda occasione, permettimi di dissentire!", esclamò Libu, avvicinandosi al nemico ormai prostrato al suolo. "L'umanità ha avuto innumerevoli possibilità di cambiare il proprio cammino, ogni volta che si è trovata sull'orlo dell'estinzione, eppure ha sempre continuato testardamente a proseguire sul sentiero della distruzione! Quelli che a te appaiono gesti di inconscia bontà d'animo non sono altro che scelte dettate dall'interesse del momento e dal profitto di domani! Puoi sperare quanto vuoi che l'uomo cambi strada e si ravveda dai suoi misfatti, ma è pura utopia!", concluse, aumentando la velocità dell'acqua e stringendola sempre più come spire di serpe attorno al corpo inerme del Cavaliere di Leo.
  "Ti sbagli, Libu! Io so per certo che un giorno gli uomini cambieranno le loro stelle e riusciranno a liberarsi dalle catene dell'odio e della cieca ambizione!", ritorse Zosma, il cui corpo iniziava a cedere all'incessante pressione sprigionata dal colpo del demone. Se voleva salvarsi da quella morsa opprimente doveva escogitare in fretta un piano. Sollevò leggermente il capo e dalla cristallina e tremula prigione che lo stava soffocando intravide una pozza d'acqua ai piedi di Libu. Un'improvvisa idea gli balenò nella mente e, come già fatto in precedenza, scomparve. In quell'attimo il sorriso beffardo sul volto del demone si spense ed al suo posto spuntò un'ombra di fastidio.
  "Signore, quella è l'armatura di Leo?", disse il bambino, ammirato dal bagliore di quel leone dorato che aveva davanti. "Sì, Zosma, è la corazza che devi conquistare se vuoi essere Cavaliere!", rispose il Sacerdote, appoggiandogli una mano sulla spalla. Il giovane apprendista continuò a fissare quella figura lucente ed un senso di sconforto lo colmò. Abbassò il capo e con tono sconsolato chiese: "Signore, come può un'armatura da cui spira tanta nobiltà e giustizia scegliere un delinquente come me per suo custode? Ho inflitto troppo male! Non riuscirò mai a conquistarla!"
  Alexer s'inginocchiò davanti a lui e gli sollevò delicatamente il capo con una mano. Lo guardò dritto negli occhi e disse: "E' proprio per questo che riuscirai ad ottenerla! Tu non avevi mai conosciuto il bene, eppure quando la luce si è presentata a te, hai abbandonato le tenebre e l'hai abbracciata! Hai preferito vivere per un ideale di pace e di libertà, piuttosto che sotto il giogo della prepotenza e dell'ingiustizia!"
  Il Sacerdote si rialzò e, portando il ragazzo più vicino all'armatura, continuò: "Tu sei come il leone rappresentato da quell'armatura: combatti per la libertà di scegliere il tuo destino e per permettere agli altri di fare la medesima cosa. Non lasciare che il tuo passato ti perseguiti, va' avanti e fa' trionfare la luce che ti ha salvato!" Zosma si sentì rincuorato ed il sorriso tornò ad illuminargli il volto.
  Quelle parole gli ritornavano ora alla mente; ora che si preparava a sferrare il colpo che avrebbe annientato il suo avversario. Riapparve a meno di un metro da Libu, sollevò la mano destra e puntò l'indice al cielo: "Léontos Maniódēs Astrapé [Folgore Furiosa del Leone]!" Dal cielo cadde sul demone una potente saetta che, alimentata dall'acqua, si intensificò fino ad esplodere. Libu fu scaraventato lontano, con l'armatura distrutta in più punti e fumante. "F-Fulmini?", farfugliò meravigliato. Si rialzò a fatica; la sua corazza era ancora percorsa da scariche elettriche che gli impedivano di muoversi correttamente.
  "Esatto, Libu! Quando iniziai ad allenarmi per conquistare questa corazza, il sommo Alexer mi raccontò che all'epoca del mito Atena commissionò la forgiatura delle armature dei suoi Cavalieri agli alchimisti del perduto continente di Mu ed ordinò loro di infondere in ognuna di esse un requisito particolare che permettesse di scegliere il custode ideale ad indossarle. Così, coloro che intendono ottenere l'armatura di Leo devono risvegliare la capacità di evocare e generare i fulmini! Purtroppo per te il tuo elemento, l'acqua, è un potente conduttore elettrico, un terreno fertile per le mie abilità. Grazie al mio cosmo, sono riuscito a sovraccaricare l'energia del fulmine che ti ha colpito ed a produrre una violenta esplosione. Arrenditi, Libu, sei ancora in tempo".
  Il demone si era rimesso in piedi, in qualche modo. Benché il racconto di Zosma lo avesse stupito, non si diede per vinto e con le ultime forze tentò un nuovo attacco, anche se il suo cosmo e la sua vita erano ormai al limite. "Sei un avversario pieno di sorprese, Cavaliere, ma non accetto di morire senza combattere. Preparati! A Azla!" Il custode della quinta casa chiuse gli occhi, tirò indietro i pugni, li fece scattare in avanti e sprigionò un possente reticolato d'energia: "Keraunón Diktýon [Rete di Fulmini]!" Propagandosi attraverso l'acqua generata dal cosmo di Libu, le folgori richiamate da Zosma penetrarono attraverso l'armatura del demone ed esplosero con un boato assordante. Pezzi di corazza e schizzi di sangue bluastro si dispersero nello spiazzo, mentre il Cavaliere di Leo placava l'impeto del suo cosmo. Alzò lo sguardo verso il cielo che, dopo la dipartita del demone, era tornato terso e sereno; poi, a gran velocità, si diresse nella zona del mercato per aiutare i compagni con l'evacuazione di Rodorio.
  Intanto, sull'isola di Psittalia, Sargas continuava il suo addestramento. Vernalis lo osservava e, di tanto in tanto, lo ammoniva e lo esortava ad impegnarsi di più. D'un tratto, il Cavaliere di Pisces fu attratto dall'innalzarsi di cosmi insoliti. Si voltò in direzione del Pireo ed aggrottò le ciglia. Sargas si accorse dell'improvvisa distrazione del maestro e ne comprese subito il motivo: era talmente concentrato nell'allenamento che, all'inizio, non si era reso conto dell'agitarsi di cosmi anomali sul Grande Tempio. Si avvicinò al maestro e, con voce preoccupata, chiese: "Signore, che sta succedendo?" "Il nostro nemico ha fatto la sua mossa", rispose secco il custode dell'ultima casa dello Zodiaco, senza distogliere lo sguardo. "Io devo raggiungere il Santuario, tu continua ad allenarti!", aggiunse, preparandosi a raggiungere senza ulteriore indugio la meta che si era prefissata. "Vengo con voi, maestro!", esclamò il giovane discepolo, trattenendolo per un braccio. Vernalis lo guardò con occhi severi, ma si accorse che il suo allievo era determinato a seguirlo. "Non sei ancora un Cavaliere! Rischieresti solo di farti uccidere!", lo rimproverò il maestro, ma Sargas non si lasciò convincere. "Diceste la stessa cosa quando vi chiesi di portarmi con voi a Parigi! Eppure non mi pare che allora me la sia cavata male!", rispose il ragazzo, vincendo le riserve del Cavaliere di Pisces. "D'accordo, ti porterò con me, ma se le cose si mettono male, trova un posto sicuro dove rifugiarti!", acconsentì Vernalis, felice di ritrovare risolutezza e determinazione nel discepolo. Gli cinse i fianchi e in un attimo giunsero alla dimora terrena di Atena.
  Nella zona del mercato, la folla di anime proveniente da Rodorio iniziava a venire smistata nei rifugi costruiti in tempi antichi per far fronte alle emergenze come questa. Lamashtu approfittò della confusione e del trambusto per mettere in atto la propria missione. Si staccò dal fiume umano che procedeva e, assunto il volto di un giovane adolescente, si diresse nella zona in cui risiedevano i soldati, nascondendosi tra le rocce. Vide una guardia controllare se le case fossero state evacuate e decise di agire. Tese la mano verso la preda e scintille infuocate sfrecciarono verso il malcapitato. Colto alla sprovvista, il soldato si accasciò a terra, con un rantolo soffocato, e spirò.
 Soddisfatto, il demone si guardò intorno. Non si vedeva anima viva. Uscì dal suo nascondiglio e si avvicinò alla preda, pronto a rubarne le sembianze. Appoggiò una mano sul volto della sua vittima e bruciò una frazione del suo cosmo, quando, d'un tratto, si ritrovò davanti un ragazzo in armatura d'oro. Alzò lo sguardo, incredulo, e vide il Cavaliere di Libra osservarlo con sguardo feroce.
 Il demone si rialzò in piedi e, quasi inconsciamente, indietreggiò, colto da una repentina paura. "Da dove sei apparso? Non ho avvertito alcun cosmo!", esclamò, stupito da quell'inatteso incontro. "Finalmente ti sei scoperto! E' giunto il momento di pagare per tutti i tuoi crimini!", rispose Yeng, glissando sulle domande di Lamashtu. Il demone decise di assumere la sua vera forma e di prepararsi a combattere: sapeva di non potersi sottrarre a uno scontro ora che era stato scoperto, ma non aveva intenzione di perdere la vita; aveva ancora un compito da svolgere.
  Yeng iniziò con una raffica di calci e pugni che, però, il demone sembrò in grado di parare. "Sei abile e veloce, ammirevole!", commentò il custode della settima casa. "La mia forza e la mia abilità sono seconde solo agli Utukki! Io sono il primo demone del fuoco!", ribatté Lamashtu, con un sorriso beffardo sulle labbra. Si circondò di fiamme ed iniziò a sparare dardi contro il Cavaliere. Yeng si difendeva usando gli scudi di Libra, posti sugli avambracci, ma il calore emanato da quelle sfere infuocate era intenso e soffocante. Il custode della settima casa strinse i denti e fece esplodere il suo cosmo dorato. Un tornado d'energia spazzò via le fiamme e fece indietreggiare il demone.
  "Anatolikoû Boós Prosbolé [Assalto del Bufalo d'Oriente]!", gridò Yeng, lanciando il suo colpo segreto, ma un muro di fiamme si parò fra il bufalo d'energia e il demone. Il Cavaliere tentò d'intensificare l'attacco, ma la barriera innalzata da Lamashtu ne disperse la forza. "Mi aspettavo di meglio da un Cavaliere d'Oro. Vorrei giocare ancora un po' con te, ma ho una missione da compiere! Addio!", commentò sarcastico il demone, circondando l'avversario con alte fiamme dall'intenso calore.
  Il Cavaliere di Libra tentava di difendersi con gli scudi e di abbattere quella gabbia di fuoco, intensificando il suo cosmo. Lamashtu ne approfittò per fuggire e riprendere le sembianze di Makarios. Giunse di nuovo in vista del corteo di sfollati e, con circospezione, si unì alla fila. Eyra lo vide tornare, scuro in volto, ed evitò di porgli domande: in fondo, non le interessava granché conoscere le ambasce di quell'essere che, per quanto la trattasse con rispetto, le incuteva comunque una certa soggezione. Il muro di fiamme scomparve non appena il cosmo di Lamashtu svanì, lasciando Yeng in affanno e col cuore colmo di delusione. Il Cavaliere voleva inseguirlo, ma della sua aura cosmica non c'era più traccia. Diede un pugno ad uno spuntone di roccia, che cadde in frantumi e poi si diresse verso le Dodici Case.
  All'Altura delle Stelle, il demone osservava l'imponenza del monte in cui erano custoditi i più grandi segreti del Grande Tempio. Percepì il cosmo di un Cavaliere ed in cuor suo sorrise: dopo secoli di inattività poteva finalmente tornare a calcare il campo di battaglia. Girò il volto in direzione del suo avversario e rimase stupito: "Che ironia! Dopo tanti secoli il primo Cavaliere che incontro è il custode della terza casa!", esclamò, con una punta di soddisfazione nella voce. Calx aggrottò le ciglia, incuriosito dalle parole del nemico.
  "Hai già incontrato un altro Cavaliere di Gemini?", chiese, mantenendo un atteggiamento vigile e diffidente. "Sì, il primo uomo ad aver indossato l'armatura che ora ti appartiene. Si chiamava Megakles, era un guerriero rozzo e testardo, morto nel corso della prima guerra sacra della storia!", spiegò il Sabitta, con voce ferma. Calx si ricordò che il conflitto a cui aveva accennato il demone era avvenuto nella remota età del mito: mai avrebbe immaginato che le creature che stavano affrontando fossero così ancestrali.
  Ne osservò l'armatura: era nera con inserti bianchi. L'elmo a casco aveva le forme di un uccello: all'altezza delle tempie vi erano due ovali bianchi simili ad occhi, ed una visiera a forma di becco dello stesso colore che scendeva lungo il naso dell'essere infernale. Gli occhi grigi ed i capelli blu del demone creavano uno strano contrasto di colori. Il pettorale era un blocco unico che incorporava anche il cinturino. Era nero, costellato da piccoli triangoli bianchi. I coprispalla erano piccoli e squadrati, dai bordi lisci e adornati da linguette nere. Il cinturino copriva soltanto i fianchi grazie a due grosse piastre su cui era inciso un triangolo bianco. I bracciali avevano la forma di tozze pinne sovrapposte e sui coprimani era presente il solito triangolo. Gli schinieri erano composti da due pezzi: uno aderente alla gamba, ed un altro più largo che copriva la coscia e terminava a forma di calice.
  "Qual è il tuo nome?", domandò il discepolo di Alexer. "Urur, terzo demone del ghiaccio. E tu, giovane Cavaliere di Gemini, come ti chiami?", rispose il Sabitta con tono garbato. "Calx!", disse secco il Cavaliere, che iniziava a provare una strana inquietudine. "Come una delle stelle della tua costellazione guida! Un nome appropriato, direi!", commentò Urur, lo sguardo enigmatico ed un sorriso abbozzato.
  "Sei un essere molto informato per aver dormito così a lungo!", ironizzò Calx, tentando di disfarsi dell'agitazione che iniziava ad invaderlo. Il guerriero di Irkalla fece una smorfia divertita ed assunse un'espressione fiera: "Quando il mio signore Nergal sedeva tra le divine schiere, il mio compito era raccogliere informazioni sulle altre divinità ed i loro eserciti, così da allestire strategie atte a sconfiggerle!" Il Cavaliere di Gemini restò stupito dalle dichiarazioni dell'avversario, ma la calma e la fierezza che spiravano da quelle parole accrebbero la sua inquietudine. "Quindi eri uno stratega! Eppure non mi sembra che il tuo lavoro abbia giovato alla causa del tuo signore!", affermò sprezzante l'allievo di Alexer.
  Urur non sembrò offeso da quelle parole, anzi i suoi occhi grigi si accesero di una luce sinistra. "Tra i numi non mancano conflitti e rivalità, voi Cavalieri dovreste saperne qualcosa!", ribatté il demone, notando un certo turbamento nel giovane che aveva di fronte. Colse l'occasione e rincarò la dose: "La dea che servi non fa eccezione!", affermò con tono crudo e deciso. "Non osare parlare di Atena in tal modo! Lei è l'unica divinità a prendersi cura del genere umano!", proruppe Calx, indignato dalla frase provocatoria dell'avversario.
  La creatura infernale rise di gusto. "Io conosco Atena meglio di chiunque altro! Il suo presunto amore per voi miseri mortali è solo una maschera!", dichiarò Urur, senza la minima esitazione. Il giovane erede di Gemini era adirato, ma in cuor suo sbocciò un inatteso dubbio. "Una maschera? Che significa?", chiese quasi senza rendersene conto.
  Il viso del demone del ghiaccio si fece serio e, guardando dritto negli occhi il giovane avversario, iniziò il suo racconto: "Atena nacque dall'unione di Zeus, il re degli Olimpici, e di Meti, antica dea della saggezza e sua prima sposa. L'ancestrale dea possedeva la capacità di tramutarsi in qualsiasi cosa, dalla particella più piccola e invisibile all'oggetto più grosso e pesante. A Zeus l'oracolo di Delfi profetizzò che se avesse avuto un figlio da Meti sarebbe stato detronizzato ed avrebbe perso il comando dell'Olimpo. Temendo la fine di Crono e di Urano, quella sera stessa, mentre stringeva a sé la sposa, le chiese di trasformarsi in una goccia d'acqua. Meti restò confusa dalla richiesta del potente consorte, ma soddisfece quel capriccio improvviso. Non appena le sue aggraziate sembianze cambiarono forma e si mutarono in una chiara e trasparente goccia d'acqua, il re degli Olimpici la inghiottì.
  Inorridita dal gesto del marito, Meti tentò di riprendere il suo aspetto, ma il potere del signore del fulmine non glielo permise. Tuttavia, Zeus non sapeva che la sua sposa già portava in grembo il frutto dei loro amplessi. Passarono così nove mesi e alla fine, dal capo del padre dei numi dell'Olimpo, nacque Atena intonando un tremendo canto di guerra e con indosso una lucente armatura d'oro".
  Il racconto del demone sulla nascita della dea che proteggeva incuriosì Calx a tal punto che quasi si dimenticò che quello che aveva di fronte era un nemico da sconfiggere. Il servo di Nergal si accorse dell'interesse suscitato nell'avversario e, senza por tempo in mezzo, continuò la sua storia:
  "Fin da bambina, la dea della guerra saggia dimostrò superbe doti e a dieci anni ottenne dal padre di restare vergine per sempre. Nel suo cuore, però, crebbe un aspro rancore nei confronti del genitore, che l'aveva privata della figura materna. Sapeva di non poterlo affrontare direttamente, così decise di prendersi la sua vendetta prima sugli altri numi del monte sacro, che non avevano mosso un dito per salvare Meti. Fu così che, quando Poseidone mirò al possesso dell'Attica, Atena scese in lizza. Offrì agli abitanti del paese l'olivo, che avrebbe incrementato il commercio e la prosperità della regione, vincendo la partita a mani basse. Il dio dei mari, furioso per l'affronto subito, le dichiarò guerra e diede vita al primo conflitto sacro della storia.
  All'epoca, Atena aveva un esercito di Cavalieri in grado di manipolare il cosmo, ma privi di armatura. Vennero quasi tutti spazzati via dai Generali degli Abissi, già muniti di corazze di scaglie, e la guerra sembrava sul punto di volgere al peggio. Per evitare la sconfitta, la prediletta figlia di Zeus si rivolse agli alchimisti del perduto continente di Mu e commissionò loro 88 armature che richiamassero le costellazioni celesti. Una volta ottenute, donò quelle di più alto rango, le corazze d'oro, ai suoi paladini più meritevoli e distribuì le altre fra il resto dell'esercito. La guerra fu vinta, ma Poseidone riparò dal fratello Ade che, a sua volta, ingaggiò battaglia con la nipote. Anche questo nuovo conflitto fu vinto ed Atena iniziò a pensare che forse la sua agognata vendetta si sarebbe presto concretizzata".
  Nonostante tentasse di celare l'agitazione che il racconto di Urur gli aveva messo addosso, Calx non riusciva a smettere di pensare a quelle parole: aveva ascoltato centinaia di volte la storia delle guerre sacre, ma ora gli appariva completamente diversa, ed anche la figura di Atena, che non aveva mai conosciuto, assumeva un aspetto del tutto nuovo ai suoi occhi. Strinse i pugni e provò a ribattere alle insinuazioni suggerite dal Sabitta: "Non credo a una parola di ciò che dici! Stai solo cercando di gettare fango sulla bontà d'animo di Atena!"
  Il demone del ghiaccio scoppiò in una grassa risata: il disagio che attanagliava Calx era chiaro come il sole e le sue parole, prive di convinzione e di trasporto, lo avevano smascherato. Per acuire il senso d'incertezza dell'avversario, Urur riprese il suo discorso: "Se Atena tenesse davvero alla salvezza dell'umanità, non credi che a quest'ora le guerre, le discordie, le invidie e la violenza sarebbero state debellate? Sono oltre due millenni che la figlia di Zeus si erge a difesa delle umane genti, eppure io ho trovato il mondo peggiorato dall'ultima volta che l'ho visto. La grandezza e l'onore dei tempi antichi si sono oscurati nella grettezza e nella meschinità attuale. Ti sei chiesto perché Atena non abbia mai messo un freno alla tracotanza umana e le abbia permesso d'infangare questa bella terra?"
  Il giovane Cavaliere di Gemini chiuse gli occhi ed abbassò il capo: "Perché Atena crede nelle possibilità dell'uomo. Ogni essere umano può cambiare vita e volgersi al bene, può scegliere di vivere secondo i dettami della giustizia e dell'onore. Ma Atena lascia ad ogni individuo il libero arbitrio: non è una tiranna che costringe gli uomini a cambiare; aspetta che siano loro a rendersi conto del cammino che stanno seguendo", rispose con forza.
  Il Sabitta non si lasciò impressionare e trasse a suo vantaggio la risposta datagli dal Cavaliere. "Credi davvero che l'uomo sia disposto a cambiare? Neppure i Cavalieri ci riescono sempre: persino tra di voi si contano traditori e fanatici assassini! La natura umana è troppo volubile per essere lasciata a briglie sciolte; serve mano ferma ed autorità per tenerla a bada, e Atena non ha intenzione di portare ordine in questo mondo. Te lo ripeto: il suo unico obiettivo è la vendetta!", esclamò Urur con un tono astioso e risoluto.
  Nonostante cercasse di allontanare dalla sua mente i dubbi che cominciavano ad assillarlo, Calx non poté impedire a quelle parole di far breccia nel suo animo incerto. Qualcosa, dentro di lui, si era spezzato; avvertiva un senso d'impotenza ed ogni tentativo di reagire si rivelò vano; sebbene s'impegnasse a spazzare via il dubbio dal suo animo, esso aveva messo radici così profonde da ottenebrargli la mente ed il cuore. Si accorse che la sua armatura, fino a poco prima più leggera d'una piuma, era diventata, d'un tratto, pesante come un enorme macigno.
  "Che mi succede?", disse fra sé, tentando di resistere a quell'insolita sensazione. Ogni minimo movimento gli riusciva impossibile e, d'improvviso, l'eccessivo peso della corazza lo trascinò a terra con un sordo rumore metallico. Urur scoppiò a ridere, certo ormai di avere la vittoria in pugno, si avvicinò all'avversario con aria beffarda e lo schernì dicendo: "A quanto pare la tua armatura ti ha abbandonato: non combatterà al tuo fianco, non ti sarà più solida difesa in battaglia! Ti conviene arrenderti, Cavaliere!"
  "Non ti credo!", ribatté il giovane Gemini, cercando invano di rimettersi in piedi. "Dannazione!", sussurrò poi fra i denti, vinto dalla frustrazione e dalla rabbia: più tentava di muoversi, più l'armatura lo inchiodava al suolo. Il Sabitta ne approfittò per lanciare il suo colpo segreto, così da eliminare uno dei probabili avversari del suo signore. Assaporava già gli onori e le lodi che Nergal gli avrebbe tributato, indicandolo a modello per gli altri Sabitti. Incrociò le braccia al petto e le pinne dei bracciali s'illuminarono di un cosmo violaceo: "Per te è finita, Cavaliere!", proruppe con gli occhi spiritati. "Ĝirene Dudak [Lame della Discordia]!", urlò, e centinaia di lame di ghiaccio si avventarono contro l'inerme Calx.
  Il Cavaliere tentò di reagire, ma il suo cosmo non ardeva e l'armatura non dava segni di collaborazione. Chiuse gli occhi, pronto ormai ad accettare un destino che sembrava ineluttabile, quando, improvvisamente, una luce dorata giunse a parare e respingere l'attacco. D'istinto, il discepolo di Alexer riaprì gli occhi e, incredulo, vide uno degli scudi di Libra fermare l'attacco di Urur.
  "Yeng? Cosa ci fai qui?", esclamò. "Ho avvertito il tuo cosmo vacillare e sono accorso!", spiegò il custode del settimo tempio senza distogliere gli occhi dal nemico. Il demone assunse un'espressione contrariata e con occhi furiosi guardò di sbieco il nuovo arrivato. "Un'altra vittima dell'ambizione di Atena, vedo", lo apostrofò, rimanendo in posizione di attacco. "Tieni per te le tue squallide battute, demone, e preparati ad affrontare il cosmo di Libra!", replicò Yeng, poco incline all'ironia. "Stai bene, Calx?", si rivolse poi al compagno, che annuì col capo. Il suo cosmo s'innalzò maestoso e, facendo scattare in avanti le braccia, gridò: "Anatolikoû Boós Prosbolé!". L'energia sprigionata dal colpo prese la forma di un bufalo furente e si scagliò a piena potenza contro l'avversario. Urur creò attorno a sé una spessa gabbia di ghiaccio per difendersi dalla furia dell'attacco. L'impatto fu devastante: la barriera del demone andò in frantumi, scaraventandolo a qualche metro di distanza, ma gli salvò la vita. Tuttavia, l'armatura aveva subito danni ai bracciali, al pettorale e agli schinieri. Osservando quelle crepe, il Sabitta provò un senso di appagamento: le ferite in battaglia sono simbolo di coraggio e determinazione, pensò. Anche questo avrebbe giovato a suo favore al risveglio del suo signore.
  "Tecnica potente, Cavaliere! Non c'è che dire! Ma la vittoria sarà mia!", affermò con decisione il demone del ghiaccio, facendo esplodere il suo cosmo violaceo. Incrociò le braccia al petto e centinaia di lame affilate si disposero sul campo di battaglia. "Ucciderò entrambi con un colpo solo! Preparatevi ad incontrare la nera signora!", urlò, inebriato dalla vittoria che ormai vedeva a portata di mano. Con un cenno delle mani indicò l'obiettivo alle sue gelide armi ed esse si prepararono ad attaccare. Yeng staccò gli scudi dall'armatura e, grazie alle catene di cui erano muniti, approntò le difese.
  Non appena le lame si scagliarono su di loro, il Cavaliere di Libra fece ruotare gli scudi che frantumarono i dardi ghiacciati senza fatica. La sua preoccupazione maggiore era per Calx, inerme a pochi passi da lui. Mentre respingeva l'attacco, si avvicinò all'amico per tenerlo al sicuro e per evitare che venisse colpito. "Ben fatto!", concesse il demone, ma non sembrava affatto turbato dalla piega che stava assumendo lo scontro. Yeng si avvide della serenità nello sguardo dell'avversario ed uno strano presentimento gli sorse nel cuore.
  Si preparò a contrattaccare senza ribattere all'elogio dal sapore ironico del demone e scagliò di nuovo contro il nemico il bufalo d'energia creato dalla sua tecnica segreta. Urur eresse ancora una volta la barriera di ghiaccio, pronto a respingere l'assalto. L'impatto provocò un profondo boato ed un'immensa esplosione d'energia, ma stavolta la barriera era rimasta intatta, aveva subito solo scalfitture superficiali.
  Incredulo, Yeng fece un passo indietro. "Che significa? Il mio colpo era già riuscito ad abbattere le tue difese, perché ora quella gabbia di ghiaccio è ancora in piedi?", esclamò, non trovando spiegazione a quanto era appena accaduto. "L'avventatezza è nemica del guerriero!", rispose Urur, facendo un passo avanti. "Il ghiaccio della mia tecnica è in grado d'indebolire gli attacchi nemici. Infrangendo le mie lame di ghiaccio, i tuoi scudi hanno acquisito una debolezza che si è propagata all'armatura ed al cosmo. Il tuo ultimo attacco non era potente quanto il primo!", continuò, palesando le ragioni di quello strano evento.
  Il custode della settima casa si accigliò, strinse i pugni in preda alla frustrazione e cercò una strategia atta a risolvere quella condizione d'inferiorità e a vincere la battaglia. Calx, a sua volta, soffriva della sua impotenza e tentava in tutti i modi di reagire a quella situazione e di riacquistare il suo potere: se l'amico fosse morto per colpa sua, non se lo sarebbe mai perdonato. Si spinse in avanti per rimettersi in piedi, ma a nulla gli valse lo sforzo: l'armatura era diventata una prigione che gli impediva il minimo movimento.
  Il Cavaliere di Libra provava un certo sconforto, ma il senso del dovere che gli aveva instillato il suo maestro ai tempi dell'addestramento lo spingeva a trovare una rapida soluzione al problema. I danni che aveva causato all'armatura del nemico erano di lieve entità e sapeva bene che l'unico modo di abbattere il Sabitta era sprigionare tutto il potere di cui disponeva.
 Urur si trovava in vantaggio e decise di chiudere lo scontro il prima possibile: era consapevole che le sorti di una battaglia sono mutevoli e che la fortuna è una dea dall'animo capriccioso. Unì le braccia al petto, liberandole poi di colpo, e scatenò le sue lame di ghiaccio contro il Cavaliere. Yeng ebbe un'idea, ma aveva bisogno dell'aiuto del compagno.
  "Calx, sei in grado di aprire un varco dimensionale e deviare il colpo del demone?", si rivolse telepaticamente al custode della terza casa. Il giovane Gemini rimase spiazzato per un attimo: non riusciva a capire il motivo di una simile richiesta, tuttavia la domanda dell'amico gli aveva dato nuovo slancio. Concentrò tutto sé stesso e con uno sforzo immane riuscì, in parte, a forzare la volontà dell'armatura. "Sì, posso farlo!", rispose, mentre la fronte gli s'imperlava di un sudore freddo. Rincuorato, il discepolo di Kanaad accennò un sorriso e disse: "Bene! Allora vediamo come se la cava col suo stesso colpo!"
 Le lame avevano quasi raggiunto il loro bersaglio quando, d'un tratto, scomparvero. Urur, incredulo, indietreggiò di un passo e si barricò dietro la gabbia di ghiaccio, convinto della repentina contromossa dell'avversario. Vi fu un attimo di silenzio, persino il vento sembrò tacere. Il demone si guardava intorno, vinto da una greve inquietudine. Vide ricomparire le lame alla sua destra e tentò di fermarle con il suo cosmo, ma non ci riuscì. Un'esplosione di ghiaccio ed energia illuminò la piana e quando la luce si spense, il Sabitta era in ginocchio e grondava linfa bluastra da innumerevoli crepe nell'armatura. Alzò il capo, gli occhi di brace ed il viso contratto dalla rabbia, e con voce furiosa chiese: "Com'è possibile? Sei riuscito a prendere il controllo della mia tecnica e a rimandarla indietro?"
  Yeng abbassò la testa e con un leggero sorriso rispose: "Non è stato tutto merito mio: un amico mi ha aiutato!" Urur volse lo sguardo verso Calx e notò il suo volto affaticato e madido di sudore, il respiro affannoso e il suo cosmo stremato. Gli sembrava impossibile che fosse riuscito a forzare la volontà dell'armatura; si rialzò, a fatica, e, anche a costo di morire, era deciso a sbarazzarsi di quei due fastidiosi Cavalieri. Tornò ad incrociare le braccia al petto, ma si rese conto che la sua energia cosmica stava scemando assieme alla sua vita. "Che mi succede?", pensò tra sé. "Ora è il mio cosmo ad essere indebolito! Come ci è riuscito?", una smorfia di disprezzo gli si stampò in viso.
  Fissò il Cavaliere di Libra e, senza curarsi delle ferite, scagliò nuovamente la sua tecnica speciale. Yeng fece esplodere una frazione del proprio cosmo e le lame create dal demone furono annientate. Urur rimase di sasso, si guardò le mani come a rimproverarle di essere fiacche e incapaci di abbattere un nemico. Lanciò un grido tremendo e, con le ultime forze, tentò di avere la meglio usando calci e pugni. Per il Cavaliere fu un gioco da ragazzi parare e schivare i lenti colpi sferrati dall'avversario.
  Poi,  con un lampo d'energia il demone fu sbalzato all'indietro. Rabbia e confusione gli si palesarono allo sguardo: non capiva come avesse fatto quell'imberbe guerriero a passare in vantaggio tanto rapidamente e a ridurlo a mal partito. Yeng accennò un sorriso e, quasi come se gli avesse letto nel pensiero, esclamò: "Ai Cavalieri di Libra spetta l'onere di vegliare affinché forza e giustizia siano in perfetto equilibrio. Per tale scopo ci addestriamo a discernere la natura del cosmo e a prenderne il controllo, se necessario. Ho chiesto a Calx di aprire un varco dimensionale per rispedirti il colpo che avevi lanciato, ma l'ho caricato anche del mio cosmo e di quello del mio compagno, per questo la tua barriera ha ceduto! Ora assaggerai la tecnica più potente del custode della settima casa dello Zodiaco!" Un cosmo lucente, puro e colmo di giustizia circondò il Cavaliere, immobile in posa meditativa. "Dódeka Hóplōn Chorós [Danza delle Dodici Armi]!", gridò e dodici armi d'energia, unite a formare una ruota, saettarono verso l'inerme Urur.
  Il demone chiuse gli occhi e tentò di difendersi con le mani: fu tutto inutile. Il colpo, scagliato alla massima potenza, lo travolse e lo disintegrò. Un'immensa esplosione di pura energia rischiarò l'intera piana e, quando si dissolse, un ampio cratere al suolo e profonde crepe sulle pareti dell'Altura delle Stelle restarono a testimoniare la potenza della tecnica del Cavaliere di Libra.
  Yeng si voltò verso il compagno: lo vide svenuto a terra e si apprestò a prenderlo in braccio, quando, d'improvviso, in un lampo di luce dorata la corazza di Gemini si staccò dal suo custode, si riassemblò a totem e si diresse spedita verso la terza casa. "Il tuo cosmo è incerto, Calx! Che cosa ti è successo, amico?", disse fra sé il giovane discepolo di Kanaad, mentre sollevava tra le braccia il compagno. Si voltò verso Rodorio, poi in direzione del Monte Athos ed avvertì altri cosmi bruciare: la battaglia non era ancora finita.
  Kargadan si era allontanato in fretta, esortando i cittadini più lenti e impauriti ad accelerare il passo. Laurion gliene fu grato e si concentrò sulla nuova minaccia appena apparsa. Dal suolo era sorto un essere alto e robusto, vestito di un'armatura marrone dagli inserti verdi.
  Il demone indossava un elmo a maschera sui cui lati si notavano delle corna di cervo. Il pettorale era formato da un sottile blocco centrale su cui erano fissate fasce metalliche che coprivano la cassa toracica ed il ventre. Su ogni fascia era inciso un triangolo di colore verde. I coprispalla avevano la forma di un'onda e protrudevano verso l'alto. Il cinturino era formato da una sorta di sospensorio che scendeva sui fianchi con due piastre metalliche di un verde vivace. Schinieri e bracciali erano lisci e lucidi, ma coprivano solo cosce e avambracci. Sui coprimani erano presenti tre fori. L'essere aveva capelli corti di un biondo fulvo ed occhi grigi e spenti.
 
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Saga no Gemini



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PostPosted: Wed Aug 16, 2017 18:34 pm    Post subject: Reply with quote

"Mi sarei aspettato un Cavaliere di rango superiore, vuol dire che ti userò come riscaldamento!", esordì con un tono ironico e sprezzante. Laurion non ne fu turbato, anzi assunse a sua volta un'espressione severa e arcigna. "Sarete anche degli esseri ancestrali, ma voi demoni difettate delle più basilari regole della cavalleria!", asserì il Cavaliere, chiudendo superbamente gli occhi. Il servo di Nergal fece una smorfia con la bocca ed avanzando di un passo disse: "Non mi sono mai curato delle regole! Vincere è il mio unico obiettivo! E per raggiungere il mio scopo sono disposto ad usare qualunque mezzo! Tuttavia, visto che ti interessa tanto, ti rivelerò il mio nome: sono Lugalbanda, sesto demone della terra!"
  Soddisfatto, il Cavaliere di Leo Minor si preparò ad affrontare la nuova battaglia. La strada era deserta: il clamore e la gioia delle voci che fino a poco prima avevano rallegrato quel terso giorno di giugno si erano dapprima tramutate in grida di spavento e poi si erano allontanate fino a spegnersi del tutto. Ora rimaneva soltanto lui a difendere Rodorio, ed intendeva farlo in modo degno di Atena. Avvertiva i cosmi dei compagni al Grande Tempio e persino al Monte Athos ardere ed innalzarsi maestosi.
  Il demone accennò un sorriso e, facendo esplodere il suo cosmo arancione, sollevò la polvere e creò una fitta coltre che coprì il campo di battaglia. Laurion si sentì soffocare e gli occhi cominciarono a lacrimare e a bruciare. Perse l'orientamento e, d'improvviso, avvertì una fitta allo stomaco e si sentì spinto all'indietro da una forza tremenda. Si ritrovò con le spalle al suolo, la vista ottenebrata dalla polvere ed il ventre dolorante. Si rialzò subito e si avvolse del suo cosmo rossastro, lo fece avvampare e si liberò della polvere che lo aveva coperto. Si lanciò al contrattacco e, concentrando il cosmo nella spalla destra, gridò: "Léontos Mikroû Ékrēxis!"
  Lugalbanda sembrava impreparato all'assalto del nemico ma, all'ultimo secondo, si avvolse di una fitta coltre di polvere e scomparve alla vista. Spiazzato, Laurion tentò di arrestare l'attacco, frenandone di colpo l'impeto, ma la spalla non ne uscì indenne: i legamenti si strapparono ed un dolore lancinante invase il corpo del Cavaliere. Il Sabitta riapparve dietro di lui e, col sorriso stampato sul volto e gli occhi vacui ma pregni di una malvagità senza limiti, lo scaraventò a terra. "Sei già finito, Cavaliere? Che delusione! Speravo fossi un guerriero più capace!", ironizzò, imprigionandolo in un feretro di polvere e terra.
  Quelle parole ferirono l'orgoglio del Cavaliere che, per un attimo, si sentì inerme e spogliato di ogni forza. Si ricordò degli amici che nel corso di quei lunghi anni aveva perso: tutti loro avevano combattuto senza mai arrendersi ed avevano concluso la loro esistenza onorando gli impegni che si erano assunti. Con un grido di rabbia si liberò dalla morsa in cui era intrappolato e si rimise in piedi. Era in affanno, sporco di polvere e terriccio, ma dai suoi occhi spirava una determinazione inimmaginabile. Il demone si accorse di questa nuova energia che ardeva incessante nell'avversario e se ne compiacque: ora vedeva un vero guerriero davanti ai suoi occhi.
  "Ritiro quanto ho detto: in fondo, sei riuscito a sopravvivere all'assalto dei miei colpi! Sembra che l'esperienza ti abbia temprato, Cavaliere!", ammise Lugalbanda, assumendo un'espressione seria e solenne. "Il mio nome è Laurion! Laurion di Leo Minor, demone! Non ti permetterò di torcere neppure un capello agli abitanti di questo villaggio! A costo di sacrificare la vita, giuro su Atena e su tutto ciò che la schiera dei suoi Cavalieri rappresenta che ti sconfiggerò!", esclamò con orgoglio il discepolo di Shelyak.
  Strinse i denti e concentrò il proprio cosmo, pronto a lanciare un nuovo attacco. "Léontos Mikroû Ékrēxis!", gridò, sferrando nuovamente la sua tecnica segreta. Lugalbanda si sentì quasi offeso nel constatare quanto le altisonanti parole dell'avversario si risolvessero in un colpo già visto e parato. Ancora una volta scomparve tra la polvere, impedendo a Laurion di condurre a termine l'assalto. "Che ti succede? Tutto qui quello che sai fare? Ben misera cosa sono i Cavalieri di Bronzo! Che essere inutile!", ironizzò il Sabitta, ricomparendo alle spalle di Leo Minor, in affanno e carico di rabbia.
  "Sei troppo debole! Non riesci a destare il mio interesse!", continuò, avvolgendosi di un cosmo arancione. Il suolo cominciò a tremare e aguzzi spuntoni di roccia rossa accerchiarono Laurion. "Sei un vero impiastro! Na Ud [Bufera di Pietre]", esclamò sarcastico. Le lame di pietra si avventarono sul Cavaliere vorticando. Il guerriero, però, non era disposto a morire, almeno finché la minaccia di Nergal e dei suoi tirapiedi era ancora una realtà. Il rossore del suo cosmo esplose con veemenza, annientando quelle affilate armi. Si rialzò, gli occhi accesi di una vivida fiamma e, senza preavviso, si lanciò contro il nemico, bagnando i pugni di un'ardente aura cosmica. Lugalbanda lo fece avvicinare e, alla fine, con un sorriso sornione, sparì per l'ennesima volta.
  Laurion era frustrato; la spalla gli doleva e non riusciva a concludere quello scontro. Si sforzava di capire come facesse quell'essere infernale a svanire senza lasciare traccia e a ricomparire improvvisamente, ma i suoi ragionamenti sembravano non trovare soluzione. "Voi esseri umani siete degli sciocchi!", esordì una voce alle sue spalle, "Pensate davvero di poter sconfiggere forze ancestrali con la sola fede in Atena?" Il Cavaliere si girò e vide Lugalbanda col volto ridente, attorniato dalle sue aguzze pietre rosse. "Ti darò una possibilità: se ora rinunci alla lotta e diventi mio servo, intercederò per te presso Nergal, al suo risveglio!", propose quasi di getto, come a mostrare un barlume di misericordia nei confronti di un nemico che riteneva indegno di lottare contro di lui.
  Quella proposta disgustò Leo Minor che, oltre all'incapacità di eliminare il suo avversario, ora si vedeva addirittura dileggiato e offeso. "Mai!", gridò a gran voce, facendo esplodere il proprio cosmo con furiosa violenza. "Ho giurato di proteggere questo mondo al fianco di Atena e non mi tirerò indietro!", affermò con forza. Il Sabitta rise, divertito da quelle parole: "Non hai il potere di sconfiggere un demone di basso rango e vorresti proteggere gli altri? Sei proprio un illuso, Cavaliere!", commentò. Seppur a malincuore, Laurion dovette ammettere che quell'essere aveva ragione: nonostante i suoi sforzi non era riuscito ad assestargli neppure un colpo. Un senso di avvilimento iniziò a pervaderlo, ma vi fece fronte, ripensando a quante situazioni difficili aveva superato in passato.
  Rialzò il capo, mentre il suo cosmo lo avvolgeva completamente. Lugalbanda si scoprì ad ammirare i patetici tentativi dell'avversario e, di nuovo, gli propose la resa: "Non essere orgoglioso! Tutti gli uomini prima o poi scendono a patti, pur di sopravvivere. Anche gli abitanti di questo villaggio, che ti ostini a difendere con tanto ardore, hanno già fatto la loro scelta!", disse con tono subdolo e sicuro. Laurion rimase attonito, poco convinto della veridicità di quella repentina insinuazione. Tuttavia, acquetò la propria aura cosmica e pensò che quelle parole potevano riferirsi alla spia che ormai da lungo tempo tutti loro si affannavano a cercare. Ma perché tirare fuori quel discorso? Quale vantaggio avrebbe tratto dal rivelare l'identità della spia? Chiese: "Che cosa vorresti dire? Il Sabitta accennò un sorriso: il pesce era caduto nella rete. Si apprestava a tessere l'ultimo inganno, quando una luce dorata scese sul campo di battaglia.
  Dal bagliore accecante emersero Vernalis ed il suo discepolo. Laurion avvertì il cosmo dell'ultimo custode dorato ed un senso di sconforto gli adombrò il cuore. Era stanco di dover cedere il campo ai Cavalieri di rango superiore e ora, più che mai, non aveva alcuna intenzione di farsi da parte. Si girò, il volto accigliato e fiero, e con tono quasi sprezzante esclamò: "Nobile Vernalis, tornate sui vostri passi! Questa battaglia è mia!" Il giovane Pisces non si offese, ma con la sua solita gentilezza provò a convincerlo, vedendolo provato e dolorante. Tuttavia, il tentativo non sortì l'effetto sperato: Laurion si voltò completamente, contrariato e livido. "Se volete rendervi utile, controllate che tutti siano stati evacuati!", ribatté con una sfacciataggine che non gli era propria.
  Lugalbanda osservava i due paladini di Atena dialogare e nella sua mente limò i dettagli del piano che gli era stato affidato. Aveva percepito il fallimento della missione di Lamashtu e non voleva farsi sfuggire la possibilità di metterlo in cattiva luce agli occhi del suo signore. Ingannare quel misero Cavaliere di Bronzo sarebbe stato un gioco da ragazzi, ma con uno dei dodici custodi dello Zodiaco il discorso sembrava più complicato. Ma in fondo, pensava, Urur era riuscito a penetrare nell'animo dell'avversario e ad insinuarvi il dubbio, anche se lo sforzo gli era costato la vita. Un sorriso gli si dipinse sul volto e decise di eliminare Laurion e di dedicarsi ad una preda più appetitosa.
  Mentre i due Cavalieri discutevano, il Sabitta levò la mano in alto e l'avvolse del suo cosmo. Sargas si avvide della mossa nemica e, lanciando un grido, corse in direzione di Lugalbanda. Laurion e Vernalis smisero di parlare. Il Cavaliere di Pisces notò qualcosa di strano nel suo discepolo: un'aura cosmica dai colori indistinti gli sfolgorò d'intorno e dalla sua mano tesa sfrecciò un raggio cremisi che trapassò il braccio del demone. Poi il bambino crollò, spossato da un immenso potere che non era in grado di gestire. Il servo di Nergal fu costretto a fermare l'attacco per il dolore straziante che quel colpo inatteso gli aveva provocato. Sentiva il braccio intorpidirsi e diventare insensibile. "Dannato ragazzino!", sbraitò, furioso per l'affronto subito.
  Laurion guardò per un attimo il bambino che aveva appena rischiato la vita per salvarlo e gli si strinse il cuore: si stava comportando da stupido e rischiava di perdere di vista la sua missione. Si girò di nuovo verso l'avversario e, rivolto a Vernalis, disse: "Perdonate la mia arroganza, nobile Vernalis! Portate al sicuro il vostro discepolo e ringraziatelo da parte mia! Lasciate a me l'onere di questa battaglia!" Il giovane custode dorato si avvicinò al corpo immobile di Sargas e lo sollevò tra le braccia. Si voltò e si incamminò verso il centro della Sfondilica. Fece pochi passi, si fermò e, senza voltarsi, esclamò: "Se vuoi vincere questo scontro non usare i tuoi occhi, ma lascia che sia il cosmo ad indicarti la via!"
  Sul momento, il Cavaliere non capì cosa intendesse dire il compagno, tuttavia gli era chiaro che Vernalis aveva intuito qualcosa dell'avversario che a lui era sfuggito. Fece un cenno col capo in segno di ringraziamento, mentre l'ultimo custode dorato si allontanava in silenzio. Lugalbanda era furente. Il braccio colpito da Sargas era ormai inutilizzabile e ciò avrebbe reso più difficile la conduzione della battaglia. Ciononostante, la sua missione non era ancora conclusa e aveva tutta l'intenzione di portarla a termine, sebbene si ritrovasse di nuovo ad affrontare un misero Cavaliere di Bronzo. Il Leone Minore tentò di riprendere le fila del discorso interrotto dall'arrivo di Venalis e, puntando gli occhi sul demone, domandò: "Cosa significavano quelle tue parole, scagnozzo? Hai detto che gli abitanti di questo villaggio hanno già deciso da che parte stare!"
  Il Sabitta lo guardò torvo. Poi accennò un sorriso tirato: "Noto che quantomeno sei un tipo attento! Non ti è sfuggita la mia insinuazione", disse con voce piatta e priva di qualsiasi emozione. "Ebbene sia, te lo dirò! L'uomo che governa su questo villaggio ha stretto accordi con noi in cambio della vita sua e degli abitanti del posto", continuò senza esitazione alcuna. Laurion restò di sasso, ma come poteva fidarsi della parola di un nemico? Conosceva bene Theodulos, il vecchio archēgós: era un uomo burbero e spesso detestabile, ma non avrebbe mai tradito il Grande Tempio. "Stai mentendo!", ribatté il Cavaliere, "Se fosse vero, non avresti mai accusato colui che potrebbe darti informazioni preziose!"
  Lugalbanda rise con un certo sforzo: il dolore al braccio non accennava a diminuire. "Abbiamo già tutte le informazioni che ci servono per vincere questa guerra, il tuo amico non ci è più di alcuna utilità!", fu la sua risposta sprezzante. "Quali sarebbero queste informazioni?", chiese il Leone Minore, sospettoso e diffidente. "Ora chiedi troppo! Sei libero di credermi oppure no, ciononostante il destino di voi Cavalieri e dell'intero universo ormai è segnato", tagliò corto il demone, sicuro di aver fatto breccia nell'animo di Laurion.
  Intanto Vernalis aveva notato un uscio aperto e vi era entrato. Aveva adagiato il suo discepolo sul primo giaciglio che aveva trovato e stava per apporgli sulla fronte accaldata e imperlata di sudore un panno bagnato, quando, d'improvviso, il giovane Sargas si risvegliò di soprassalto, dolorante ed esausto, come se avesse sostenuto un estenuante scontro. "Non credevo ti saresti ripreso così presto", esclamò Pisces, stupito dal rapido recupero dell'allievo. "Cosa mi è accaduto?", domandò il ragazzo con un filo di voce. "A quanto pare, per salvare una vita, hai risvegliato il tuo cosmo", rispose Vernalis. "Sul serio?", disse l'apprendista, incredulo e allo stesso tempo felice della notizia. "Ora potrò conoscere quale sarà la mia costellazione guida, vero?", continuò, cominciando ad immaginare e a costruire quel futuro da Cavaliere che fino a poco tempo prima gli era sembrato tanto lontano. L'ultimo custode dorato gli fece cenno di sì.
   Poi Sargas si fermò ad osservarlo e, di getto, gli chiese perché non fosse rimasto ad aiutare Laurion. Vernalis chiuse gli occhi e, tirando un sospiro, disse: "Quello scontro non era mio. Seppure di rango inferiore, anche i Cavalieri di Bronzo combattono per Atena. Ed è giusto che dimostrino il loro valore guerriero sul campo di battaglia. Troppo spesso l'orgoglio derivante dalla nostra posizione, spinge noi Cavalieri d'Oro a prevaricare sulle altre caste. Laurion ha bisogno di sentirsi ancora parte dell'esercito di Atena, soprattutto dopo aver perso tanti cari compagni". Il giovane discepolo concordava, ma aveva scorto nello sguardo del maestro un velo di tristezza e non ne comprendeva il motivo.
  Lugalbanda scagliò contro l'avversario le pietre acuminate della sua tecnica; Laurion le respingeva coi pugni bagnati da un cosmo ardente. Tuttavia, nel suo cuore, non poteva fare a meno di pensare alle parole del demone, che avevano accusato un uomo che tutti ritenevano integerrimo. "Vuoi ancora sprecare tempo ed energie per proteggere esseri indegni e pronti al tradimento?", lo rimbrottò il Sabitta, sparendo tra polvere e terricio. "Lottare per l'affrancamento dal tristo giogo della tirannia non è mai uno spreco!", ribatté il Cavaliere di Leo Minor, concentrandosi sul proprio cosmo come gli aveva consigliato il compagno prima di andare via.
 Il Sabitta, dal segreto del suo nascondiglio, si preparava ad attaccare ed a concludere quella battaglia che gli dava ben poca soddisfazione, quando, d'improvviso, Laurion si girò verso la sua posizione e gli assestò un poderoso pugno al ventre. Il demone si ritrovò con la schiena al suolo, pesto e colmo di stupore. Si rialzò di scatto, ma il Cavaliere non gli diede respiro: espanse il proprio cosmo e si lanciò contro il nemico, urlando la sua tecnica segreta. Preso alla sprovvista, Lugalbanda fu scaraventato a qualche metro di distanza, l'armatura disseminata di crepe nel punto dell'impatto.
  "Com'è possibile?", esclamò in preda alla rabbia e allo stupore. "Finora ero riuscito ad eludere facilmente i tuoi attacchi, come hai fatto a colpirmi?", chiese col volto livido e contratto. "Ho seguito il consiglio di un amico", rispose Leo Minor, preparandosi ad un nuovo assalto. Lugalbanda si rialzò e tentò di celarsi di nuovo tra la polvere, convinto che il colpo assestatogli dall'avversario fosse stato il frutto di pura fortuna. Ma la sua convinzione ebbe vita breve: come accaduto poco prima, si ritrovò con la schiena a terra, indolenzito e incredulo.
  Ancora una volta si rimise in piedi; dei rivoli di sangue gli macchiavano gli angoli della bocca. Respirava a fatica e nei suoi occhi grigi, privi di vitalità, si poteva scorgere una profonda determinazione, seppure ora si trovasse in posizione di svantaggio. "Accada quel che accada, la morte oggi ti sarà compagna, Cavaliere!", affermò con tono sprezzante e deciso. "Se questo è il mio fato, lo accetterò senza rimpianti, demone! Ma prima devo eliminare te!", rispose Laurion con voce calma e ferma. "Ormai il tuo trucchetto non ha più alcun effetto. La polvere che usi in battaglia si comporta come una testuggine che sigilla il tuo cosmo, impedendo al nemico di trovarti. Ma in questa tua barriera c'è una falla: nel vorticare attorno a te, la polvere lascia piccole zone scoperte difficili da individuare. E' stato grazie al consiglio di Vernalis che sono riuscito a scovarle", aggiunse, mentre il suo cosmo lo avvolgeva completamente.
  "Sei stato abile a trasformare il consiglio di un amico in un'arma capace di eliminare il mio vantaggio; tuttavia, la battaglia non è ancora finita! Na Ud!", rispose Lugalbanda, determinato a vincere. Le pietre aguzze della sua tecnica sfrecciarono contro il Leone Minore, pronte a ghermirne la vita. Laurion corse loro incontro e le distrusse, sotto lo sguardo contrariato del demone. Senza fermarsi, il Cavaliere proseguì l'assalto, deciso a porre fine a quello scontro e a verificare l'innocenza di Theodulos. Con un forte slancio si fiondò contro l'avversario. Il Sabitta si preparò a parare l'assalto, avendo già visto più volte la tecnica segreta del Cavaliere di Bronzo. Stavolta, però, Laurion aveva iniziato a girare a mezz'aria su se stesso come una cometa rossa pronta a schiantarsi. "Léontos Mikroû Embolé!", gridò l'allievo di Shelyak, abbattendosi sul nemico. Il demone sentì la pressione di quella tecnica inattesa squarciargli ad un tempo l'armatura e la vita. Prima della fine, però, dai fori presenti sul coprimano sinistro sorsero tre artigli di pietra che Lugalbanda conficcò nel ventre scoperto del Cavaliere con tutta la forza che gli rimaneva.
  Laurion sentì il sangue affluirgli alla bocca, ma concentrò ancora di più il suo cosmo e con un grido tremendo vide il demone disintegrarsi in un misto di particelle e linfa bluastra. Il Cavaliere cadde a terra strisciando e lasciandosi dietro una lunga scia rossa. La stanchezza e lo straziante dolore al ventre gli impedivano qualsiasi movimento. D'un tratto avvertì la presenza di qualcuno farglisi dappresso: avrebbe voluto girarsi per capire chi fosse, dal momento che ormai il suo cosmo era al limite e non gli permetteva di riconoscere se chi si appropinquava fosse amico o nemico.
  L'uomo si inginocchiò e lo girò delicatamente: era Vernalis. Gli poggiò una mano sul ventre, tentando di curare la ferita che sgorgava copioso sangue. Laurion accennò un sorriso, poi scosse il capo. L'ultimo custode dorato comprese che il compagno sapeva di non avere speranze: la morte predetta dal demone della terra si era alla fine presentata. Laurion guardò Vernalis e, con un filo di voce, disse: "Theodulos... la spia... Theodulos..." Tossì sangue, mentre il corpo era scosso da tremiti e la fronte zuppa di sudore. Rivolse lo sguardo al cielo e, nell'azzurro di giugno, gli parve di vedere Shelyak, Jorkell e Midra sorridergli. D'istinto, sorrise di rimando, poi reclinò il capo e spirò.
  Trattenendo le lacrime, Vernalis gli chiuse gli occhi, sfilò il mantello dalla propria armatura e ne coprì il corpo esanime. Il candore del tessuto si tinse di un rosso scuro. Lo sollevò tra le braccia e si incamminò verso il piazzale della prima casa. Trovò ad aspettarlo Hamal, Yeng, Zosma e Sargas, in lacrime. Entrarono nel palazzo del Montone Bianco e il Cavaliere di Pisces adagiò il cadavere su un giaciglio di pietra, senza proferire parola. Poi si voltò verso i compagni e, con lo sguardo serio, disse: "Prima di morire, Laurion mi ha fatto intendere che la spia potrebbe essere Theodulos". La notizia lasciò sgomenti i Cavalieri, che iniziarono a guardarsi e a scambiarsi opinioni. "Per ora ci converrà informare il nobile Kanaad. Oggi non abbiamo perso solo Laurion: Calx è stato abbandonato dall'armatura. Ho dovuto riaccompagnarlo alla terza casa in spalla. La situazione comincia a farsi difficile", concluse Yeng, preoccupato per quanto era avvenuto in quella giornata.
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WLTR88
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PostPosted: Thu Aug 17, 2017 11:30 am    Post subject: Reply with quote

E ci credo, che capitolone
A parte questo un bel capitolo, bella l ambientazione nel medioevo
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Scorpione



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PostPosted: Thu Aug 17, 2017 22:43 pm    Post subject: Reply with quote

Graditissimo ritorno. Ammetto che, purtroppo, non mi ricordo più la maggior parte dei nomi dei cavalieri. Mi sbaglio, o avevi messo la lista dei personaggi?  

Edit: Trovati nell'altro post.

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