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Axia

Crescendo

Sono sparita per mooooolto tempo (anche se ho continuato sempre a seguire il sito) e sono felice di ritrovare un po' tutte le persona che avevo lasciato.
Purtroppo, causa lavoro e impegni vari, l'assiduità non è mai stata (e purtroppo mai sarà) il mio forte  Cry 1  Cry 1  Cry 1
Forse con questo espediente, oltre a potermi confrontare con persone competenti, potrò riallacciare qualche vecchio contatto!
Speriamo!
Ma adesso veniamo a noi!

I Missing Moment; i non detti fra un episodio e l'altro.
L'Omega visto dal punto di vista, fugace, dei cavalieri leggendari: di Seiya soprattutto, e dei suoi compagni.
Quando sono cresciuti, come e il perché di scelte che, forse, hanno sorpreso.
Ecco cos'è, in poche parole, Crescendo.
Una raccolta di storie che si intersecano ai vari episodi della serie di Omega, e che sto creando da un po'. Con una mia personale rilettura di certi fatti.
Lo stile cambia nel tempo, perchè nel tempo cambia anche l'idea che avevo dell'evoluzione dei personaggi.
E forse l'evoluzione è proprio il filo condutture di tutto: come si può cambiare, come ci si può trasformare.
Perchè, personalmente, Omega non mi ha entusiasmato. Per nulla. Ma poi. Sono arrivati certi episodi, certe allusioni, certi non detti. E il mio cervellino ha iniziato a macinare. Molto. Troppo.
E questo è il prodotto che va delineandosi.
Di seguito, come in una sorta di indice, posterò anche una breve contestualizzazione.

Crescendo
“Manco poco ormai. Vero?”
“Un mese. Un mese e mezzo, al massimo.”
Il tea aveva un profumo dolce. Seiya sorrise, mentre accennava alla figura di Shun Rei oltre la finestra. Aveva il dou li in testa e un cheongsam che non riusciva a nasconderne l’avanzata gravidanza. E quell’energia che Seiya le aveva sempre conosciuto, fra determinazione e consapevolezza.

Post-Hades; Saint Seiya Omega: prequel
Stato: conclusa

Crescendo II - Naos
Stato: in fieri (da tempo immemore^^)

Crescendo III - Pubu
“Sei tornato.”
“Haa. Te lo avevo promesso. Ne?”
La cascata aveva il colore delle stelle; e fra il vapore umido si indovinava il cielo. Seiya sospirò al quadrato di Pegasus che emanava un tenue bagliore. C’era profumo di muschio e mandarini e una sensazione di fresco piacevole sulla pelle ancora calda del sole di Grecia.

Post-Hades; Saint Seiya Omega: intermezzo; post 55 episodio.
Stato: conclusa

Crescendo IV - Nam
“Mi sarai comunque accanto?” lo invitò, nel fruscio della veste di lino e bisso. “Anche se sbaglierò e mi metterò in pericolo?”
Lo guardò. Lo guardò come donna, amante e dea; lo studiò, cercando su quella scalinata sotto le stelle le antiche sicurezze.
“Sempre” le disse. “Qualunque sia la tua volontà. Io ti sarò sempre accanto.”

Post-Hades; Saint Seiya Omega: intermezzo; in 63 episodio.
Stato: conclusa

Crescendo V - Kairos
“Seiya di Sagitter non è tenuto a scendere in campo senza Anissa” tentò ancora Kiki.
“Ma Seiya di Pegasus lo avrebbe fatto” gli ricordò Seiya, con il cosmo a irradiare, calmo ma potente. “Non sei d’accordo, Kiki?”

Post-Hades; Saint Seiya Omega: intermezzo; in 64 episodio.
Stato: conclusa

Crescendo V bis - Interludio
“Sono una guerriera, Anissa” scandisce poi Shaina, quando il respiro torna regolare, negli occhi il luccichio di lacrime senza spiegazione. “Non una prostituta.”
“Ma lo ami.”

Post-Hades; Saint Seiya Omega: intermezzo; in 73 episodio, poco prima che Saori lasci il Tempio.
Stato: conclusa

Crescendo VI - Hikaku
“Sai cos’è la guerra Koga?” gli chiese ancora. “Sai cos’è la vera guerra?”.
Post-Hades; Saint Seiya Omega: intermezzo; in 68 episodio.
Stato: conclusa

Crescendo VII - Noi
Loro che non si erano mai davvero parlati; loro che guardavano alla vita da due opposte prospettive; loro che confidavano in Anissa come naufraghi aggrappati ad uno scoglio in burrasca. Loro, in quello scontro, si erano ritrovati, ed era nato quel rapporto.
Erano nati loro.

Post-Hades; Saint Seiya Omega: intermezzo; in 76 episodio, la notte del ritorno di Ikki.
Stato: conclusa

Crescendo VII bis - Interludio II
Stato: in corso

Crescendo VIII
Stato: in divenire

Crescendo IX
Stato: in divenire

Crescendo - Extra
Stato: in divenire[/i][/b]
Axia

Autore: Axia
Genere: Introspettivo, Malinconico, Slice of life
Personaggi Principali: Seiya di Pegasu; Shiryu di Draco
Altri Personaggi: Atena e Shun Rei come guest star; poi Hyoga di Cygnus, Shun di Andromeda e Ikki di Phenix, anche se solo nominati
Rating: Giallo
Disclaimer: i personaggi sono diMasamiKurumada; la situazione invece la rivendico mia^^
Note: one shot; missinmoments; post-Hade; Saint Seiya Omega
Cose: Precisando che, pur avendolo seguito, non riesco ad innamorarmi di Saint Seiya Omega, la fancition è nata comunque prendendo avvio da quel contesto. Un miscuglio di elementi disseminati qua e là liberamente reinterpretati dalla sottoscritta e alcune idee assolutamente personali che definiscono la mia visione del mondo si SaintSeiya nel post-Hade (e prima della scoperta di Saint Seiya Omega). Non ho fatto riferimento ai cavalieri d’oro, anche perchè in effetti la realtà è ancora nebulosa nell’Omega (e all’epoca della prima stesura di questa fanfic Soul of Gold ancora non esisteva).
É uno spaccato di vita, un semplice incontro. Forse è un po’ azzardato. Comunque, questo è il risultato.
Per inciso, la storia di Hyoga è una mia completa reinterpretazione personale. L’idea della carica di Landvarnarmaðr attribuita a Hyoga non è mia, ma di Hilda e della sua bellissima storia la La magnifica preda. Mi sono comunque documentata, e il titolo corrisponde ad un’antica carica norrena, che indicava il guerriero o i guerrieri incaricati della difesa di un territorio o di una città nella Svezia medievale e forse anche antico norrena, sostituendo a città il villaggio.




CRESCENDO




“Manco poco ormai. Vero?”
“Un mese. Un mese e mezzo, al massimo.”
Il tea aveva un profumo dolce. Seiya sorrise, mentre accennava alla figura di Shun Rei oltre la finestra. Aveva il dou li in testa e un cheongsam che non riusciva a nasconderne l’avanzata gravidanza. E quell’energia che Seiya le aveva sempre conosciuto, fra determinazione e consapevolezza.
Sorrise, di quel sorriso leggero che lo riportava indietro di quasi dodici anni, a quando erano ancora ragazzi e a Goro-Ho Seiya era arrivato con una borraccia di pelle e tante speranze nel cuore. Per aiutare un amico; forse il più caro degli amici. Ma il tempo è passato: tempi di battaglie, di brevi riposi e di ferite che segnano il corpo e ancor di più l’anima. Sono passate anche le speranze e i sogni di quando aveva tredici anni e l’armatura gli sembrava sempre leggera, anche se arrancava esausto dopo ogni scontro estremo.
Eppure. Eppure tutto aveva un senso: se guardava Shun Rei, il suo ventre gonfio e quell’espressione di dolce sicurezza, Seiya sapeva che lo avrebbe rifatto. Avrebbe rivissuto ogni istante e ogni scelta pur di rivederlo.
Anche la voce di Shiryu era cambiata, più profonda e matura, come il volto più affilato, dai tratti più marcati. Il suo modo di porsi no, con quel misto di discrezione e interesse che te lo fa avvertire sempre come una presenza costante, anche se non invadente. Seiya non riusciva a elaborarlo ancora pienamente: sarà padre.
“Ti ci vedo proprio, a fare il papà. Sai?”
“Già” sorrise Shiryu, abbassando il viso sulla tazza fra le mani: aveva un bel riflesso ambrato. “In fondo, ho avuto anni per fare pratica. Non credi?”
“Mmh. A chi ti riferisci?”nicchiò Seiya, concedendosi quel momento di infantilità. Atene era lontana; era lontano il cosmo latente che aveva allarmato il Santuario e Saori-san era al sicuro, fra le bianche colonne profumate di mirra. Lì, ai piedi della cascata millenaria, c’era solo il profumo del muschio e dell’incenso. “Eravamo così terribili?” ridacchiò.
“Shun no di certo. Ma se tu e Hyoga vi mettevate a litigare”gli diede corda Shiryu, lasciando volutamente in sospeso la frase nel sorriso che gli era comparso sulle labbra. La risata di Seiya sembrava così spensierata, in quel momento. Gli ricordava così tanto il ragazzino impulsivo e avventato che li spronava; il ragazzino capace di farli rivaleggiare con gli Dei.
“Già; lo avevo dimenticato” stava dicendo Seiya. “Però anche litigare con te era pericoloso. Ne?”
Era tornato al giapponese, e Shiryu provò un intimo piacere nel risentire quella cadenza quasi cantilenante, così simile al suo dialetto e così diverso. Seiya era cambiato anche in quello: ora il suo accento tradiva la mescolanza di varie lingue, e passare da un idioma all’altro era diventato quasi naturale. Come per Hyoga.
Shiryu sospirò, scorgendo lo spicchio di cielo oltre le listelle di bambù e lo spiovente della veranda. Non vedeva Shun da alcuni mesi, e persino Ikki era andato a trovarlo, quasi un anno prima. Un’improvvisata di poche ore, il tempo di una cena e di alcune parole scambiate nell’aria umida ai piedi della cascata. Hyoga no. Hyoga non lo vedeva da troppo tempo, benché puntuali gli arrivassero le informazioni su di lui.
“Hyoga?” si decise a chiedere alla fine, e la smorfia di Seiya fu già la risposta più esauriente. Scrollò le spalle e prese una sorsata di tea ormai freddo. Buono.
“Sai com’è fatto” gli rispose alla fine Seiya.
“Tu lo vedi, ogni tanto?”
“Sì; ogni tanto sì” si lasciò sfuggire con un sospiro stanco. “Viene a trovare Anissa. Saori-san. Ma si ferma sempre poco; non abbiamo mai avuto occasione di parlare davvero.”
Seiya incrociò le braccia dietro la nuca, dondolandosi pigramente sulla sedia. La prima volta non lo aveva riconosciuto: vestito con l’uniforme rossa di Ásgarðr, i capelli più corti e un velo di barba a lambirgli il viso con gli zigomi leggermente sporgenti e i lineamenti induriti, Hyoga camminava eretto fra le colonne, facendo risuonare i chiodi sotto gli stivali nei corridoi di marmo. Sapeva che sarebbe arrivato, ma si era aspettato di vederlo vestire l’armatura del Cigno; o forse quei suoi soliti scaldamuscoli laceri sopra i pantaloni stinti e la giacca di pelliccia a premere fastidiosa sul braccio accaldato. Hyoga non ha mai sopportato il calore di Grecia sorrise Seiya, e Shiryu lo imitò, lambito dai ricordi che il compagno gli trasmetteva attraverso il cosmo. Anche quello con il tempo era diventato naturale.
“È una persona importante, adesso. Sai?” riprese Seiya, cantilenando le parole anche se sapeva inutili. Avrebbe potuto tranquillamente continuare a raccontare a Shiryu con il cosmo, mostrandogli la mole maestosa della Tredicesima rifulgere nel tramonto estivo. Ma il silenzio stava diventando opprimente, e allora anche alcune parole gettare oltre il riverbero placido del cosmo potevano servire. “Hilda lo ha nominato” Seiya incespicò nella parola dalla pronuncia impossibile, maledicendo la sua poca attrazione per titoli e cariche “qualcosa. Del tipo protettore o guardiano. Non ricordo bene.”
“Landvarnarmaðr?” indagò Shiryu, recuperando da uno sbuffo irrequieto del cosmo del compagno la parola semisconosciuta. Era un titolo importante, forse il più importante e il più alto cui il loro amico potesse aspirare. Era un onore, di certo; e per Hyoga anche un onere. Altrettanto sicuro.
“Ha accettato.”
“Già. Lo conosci.”
Shiryu annuì. La risata di Shun Rei gli arrivò mescolata allo stormire delle foglie: benché mancasse poco al parto, non riusciva a convincerla a restare a riposo, così piena di vita ed energie. Anche in quel momento stata intrecciando foglie di riso in un disegno complicato per completare la culla. È felice pensò con un sorriso, e non potè evitare di ricordare un altro sorriso.
Hyoga seduto a quello stesso tavolo una notte di marzo, con la brina sui vestiti pesanti e le mani strette in grembo. Shiryu aveva atteso in silenzio, paziente, finchè il cosmo freddo di Hyoga lo aveva avvolto e trascinato oltre la Siberia, fra le mura antiche di Ásgarðr. Aveva camminato con la mente per i corridoi silenziosi, la neve e il ghiaccio ad arabescare le finestre piombate. Corridoi percorsi in un soffio, stanze sconosciute e sale fin troppo note. Attraversare la porta di pesante quercia era stato come passare attraverso un velo sottilissimo di rugiada. Hyoga lo aspettava accanto ad un lettino.
Il bambino aveva pochi mesi, una peluria bionda sulla testina. Shiryu lo aveva fissato. E poi aveva fissato Hyoga, il sorriso assieme dolce e malinconico dei suoi occhi, mentre si chinava a sfiorarlo con una carezza fredda di cosmo senza davvero lambirlo. Lo aveva guardato; e aveva capito.
Ritrovarsi a Goro-Ho era stato assieme doloroso e improvviso, un misto di sorpresa e nausea a stringergli lo stomaco. E Hyoga era ancora lì, il respiro appena accelerato sul viso leggermente arrossato per lo sforzo. Trasportare entrambi con la mente e il cosmo ad Ásgarðr era stato spossante, e sarebbe stato più semplice parlare. Ma Hyoga era sempre stato insicuro nelle parole, soprattutto per le questioni troppo personali. Allora: aveva preferito mostrarglielo.
“È bello” era riuscito a sussurrare alla fine, ancora incerto sulla verità della sua intuizione.
“Da. Bello.”
“Come si chiama?”chiese poi, umettandosi le labbra.
“Einar” soffiò Hyoga. “Einar Henrikson Aesir. Primo principe di Ásgarðr”
“Ed è tuo figlio.”
“Da” e non potrò mai chiamarlo così avevano urlato i suoi occhi e quel sorriso assieme di orgoglio e di rassegnazione. Non potrò mai chiamarlo figlio. Perché Freja sedeva ora sul trono di Polaris; e accanto a lei un uomo che chiamava sposo; accanto a lei un uomo che le sarebbe rimasto al fianco e avrebbe rischiato la vita per lei e per il loro regno. Accanto a lei un uomo che per Hyoga provava stima, e che aveva occupato di diritto un posto che lui non avrebbe mai potuto rivendicare.
Shiryu allora aveva abbassato il viso, incapace forse per la prima volta in vita sua di trovare le parole per incoraggiarlo. Forse non c’era nemmeno bisogno di cercarle, quelle parole. Hyoga aveva scelto con consapevolezza e non aveva bisogno di aiuto per proseguire su quella strada. Se fosse caduto, loro ci sarebbero stati ad aiutarlo. Non chiedeva di più: di condividere un segreto senza alcun impegno né obbligo. Condividerlo con i suoi più cari amici.
“È stato stupido” buttò fuori Seiya senza pensare, ricordando a sua volta le sensazioni provate quando Hyoga gli aveva rivelato il segreto. Dapprima era stato euforico; poi si era arrabbiato. E avevano litigato; violentemente. Si erano lasciati con parole che non avrebbero mai voluto pronunciare, e tanta delusione in corpo. Tuttavia, Seiya non aveva mai rivelato nulla, e Hyoga, nel voltargli le spalle, aveva sempre avuto quella consapevolezza.
“Sì. Stupido”concordò Shiryu, prima di concedersi una piccola smorfia. “Ma è proprio da Hyoga. Non trovi?”
“Già. Proprio da Hyoga.”
Il silenzio calò con naturalezza, lasciandoli ognuno smarrito in pensieri e ricordi. Di Shun che si arrabbia più di quanto non avesse fatto Seiya; di Ikki che semplicemente guarda Hyoga e gli tende una mano, in una strana complicità fatta di gesti spicci e di un affetto ruvido e schietto. Forse Ikki era davvero l’unico che avesse compreso a fondo Hyoga; forse era l’unico che semplicemente aveva accettato quella confidenza senza provare a farlo ragionare e cambiare le cose.
“Tu non me lo farai, vero, uno scherzo del genere?” indagò Seiya, con un mezzo sorriso provocatorio in faccia. Ancora per un poco si disse, mentre guardava il cielo scurirsi oltre l’orizzonte. Ancora per un poco.
“No. Puoi stare tranquillo” stette al gioco Shiryu, percependone la sottile inquietudine e avvertendo sulla pelle il cambiamento dell’aria, più fresca e umida, assieme al sapore della menta che Shun Rei stava pestando nel mortaio. “Niente sorprese.”
“Sai come si dice. Mater certa, pater.”
“Seiya!”
Seiya rise, spostandosi leggermente di lato per evitare la mano del compagno che era scattata ad afferrarlo. Si ritrovò in piedi dall’altro lato del tavolo, divertito della reazione che aveva provocato e pronto a ricominciare quel gioco che lo trascinava indietro nel tempo. A quegli anni senza adolescenza che adesso tanto gli mancavano; alla facilità con cui poteva chiudere gli occhi e percepire la presenza dei suoi compagni accanto a sé. Non si erano mai realmente separati, e i loro cosmi continuavano a gravitare gli uni sugli altri. Tuttavia, erano cresciuti: erano cresciute le priorità ed erano cresciuti i doveri. Avevano preso strade diverse sotto il nome di Atena, rincorrendosi per il mondo con parole veloci per assicurarsi di essere ancora quello che erano un tempo. Si era allontanati, ma Seiya voleva pensare che non si sarebbero mai persi: Saori-san li attirava, li faceva gravitare attorno a sé come comete libere dagli schemi, ma incapaci di allontanarsi definitivamente. Era il loro modo di servirla, di sottolineare a lei, a se stessi e agli altri quello che erano stati in passato e che sarebbero sempre rimasti: Shiryu a Goro-Ho, dove la sua cecità lo costringeva e dove aveva ripreso sulla torre degli Spectre; Hyoga fra la Siberia e Ásgarðr, a mediare i rapporti non ancora distesi e a preservare l’accesso artico ad Atlantide; Shun nel Tibet, a costruire un nuovo luogo di allenamento, un palestra per futuri cavalieri, con l’ingenua speranza di non doverli mai schierare in battaglia; Ikki per il mondo, in movimento costante come il fuoco della Fenice. E lui in Grecia, alla destra della Dea come cavaliere di Sagitter.
“Seiya.” La voce di Shun Rei lo riportò alla realtà. “Ti fermi a cena? È quasi il tramonto.”
Il tramonto.
Il tempo era scaduto; doveva tornare. Non c’erano pericoli imminenti, ma lo aveva promesso a Saori-san: solo una giornata. Senza che lei gli chiedesse nulla o lo costringesse a nulla. Era diventata forte Saori-san negli anni. Tanto forte e tanto fragile, avvolta dalla Dea che cercava di far sopravvivere la donna. Ed era bello, alla sera, restare con lei a parlare nei giardini del Tempio, sotto le stelle che si potrebbero toccare. Era bello, un ginocchio a terra e l’elmo sottobraccio, discutere con lei di ogni piccolo insignificante particolare. Come quando erano ragazzi e le si affiancava; come quando erano ragazzi e le stringeva la mano dopo ogni battaglia.
Non siamo più ragazzi.
E Saori-san era Anissa, anche se Seiya non riusciva ad accettare quell’etichetta che lo soffocava. Anche se aspettava con impazienza che Saori gli concedesse di smettere il suo atteggiamento e sedersi sull’erba accanto a lei. E lo faceva: quando la vedeva corrucciata e tesa; quando la vedeva smarrita in pensieri che le oscuravano gli occhi ormai azzurri, Seiya dimenticava il ruolo e le distanze e le sedeva accanto, stringendola fra le braccia di un uomo e non di un cavaliere. E Saori-san tornava solo Saori, senza veli e senza pudori, con un muto ringraziamento negli occhi chiari.
Gli occhi di Atena. Gli occhi di Saori-san. Azzurri. Azzurri come il cielo di Grecia e il mare più profondo. Azzurri come tranquillità che sapevano infondere con antica risolutezza. Azzurri come s’incendiavano di riflessi iridescenti nei bagliori del cosmo divino. Azzurri da quando Atena aveva rivestito la sua armatura e Hade era stato sconfitto. Azzurri come solo il tempo li aveva trasformati, sciogliendo la patina scura che li celava e rivelandola per quello che era davvero.
Seiya riveriva quegli occhi, ma non li amava. Gli occhi che continuava a vedere erano gli occhi di una ragazzina, pieni di domande e con poche conoscenze. Occhi scuri dai riflessi d’oro; occhi profondi come la notte piena di stelle. Occhi infiniti e scuri, da conquistare. Eppure Saori restava bella; e lo stava aspettando al Tempio.
“Mi dispiace, Shun Rei. Devo tornare” le rispose risitemandosi gli abiti e richiamando a sé l’armatura che fino a quel momento aveva riposato dimenticata in un angolo della stanza. Ora, rivestito dell’oro di Sagitter, una lunga fascia di bisso bianco a fluttuare leggera fra il vento e l’alito del cosmo, Seiya appariva come l’uomo che era diventato, la determinazione sul viso serio privo di ogni ingenuità infantile. Appariva come l’uomo che le battaglie e il ruolo avevano plasmato. “Ma verrò a trovarvi presto” la rassicurò subito, per scusarsi. E di nuovo il sorriso gli restituì la leggerezza dei tredici anni. “In fondo, avrò diritto a vedere il mio nipotino. Ne?”
Shiryu lo accompagnò per un tratto, nella notte silenziosa che stava avanzando, fino a quando la casa alle sue spalle fu il rettangolo di luce della porta. Camminava sciolto e naturale, come se la cecità non costituisse un problema; non aveva mai costituito un vero problema, in fondo.
“Dovrò andare da Shun, a breve” ruppe il silenzio Seiya, quasi non sopportando più il leggero clangore delle ali di Sagitter. “Dal Tibet alla Fonte della vita ci metterei poco. Che ne dici? Potrei.”
“No.”
“Ma.”
“No, Seiya” ripetè Shiryu. “Se è scritto che guarirò, allora così sarà. Ma tu non dovrai più tornare alla Fonte. L’hai giurato.”
Seiya sbuffò: se voleva, Shiryu era più testardo di lui. Comunque, un giorno di più o un giorno di meno non avrebbe fatto la differenza e una scusa per arrivarci l’avrebbe trovata, prima o dopo. Ne era sicuro. C’è ancora tempo.
“Salutami Shun, quando lo vedrai. E anche Ikki.”
“E quando lo vedi, quello? È sempre in giro!”
Shiryu rise; la sensazione del cosmo del compagno nell’aria e l’odore metallico dell’armatura sapevano di nostalgia. Il Dragone riposava sotto la cascata millenaria, a curarsi ferite che nemmeno le vestigia divine avevano potuto evitare. Ma la sensazione rimaneva, ed era un richiamo suadente.
“Vorrei essere con te. In Grecia.”
Seiya non rispose; si limitò ad annuire e alzare lo sguardo alle stelle. Capiva Shiryu; capiva quel senso di smarrimento che ogni tanto li attraversava, l’insicurezza che non era loro mai appartenuta e che raccoglievano nei momenti di riposo adesso che si erano trovati, poco più che bambini, a ricostruire un regno in rovina; dopo che si erano risvegliati fra macerie e speranza da rinsaldare. E le avevano ricreate, quelle speranze; qualcosa per cui valesse ancora la pena di lottare, se di nuovo fossero stati costretti a scendere in campo. L’eredità dei Cavalieri d’oro era tutta lì: nel riso del figlio di Hyoga; nel ventre gonfio di Shun Rei; negli occhi pieni di amore di Saori-san.
“Hai già deciso il nome?”
“Ryuho.”
“Ryuho?” ripetè Seiya, assaporandolo sulle labbra. “Sì; proprio adatto. Gli starà bene” rise. “Non dovrai addestrarlo. Vedrai. Non ce ne sarà bisogno.”
Shiryu annuì, incerto nel suo cuore. L’aveva avvertito anche lui quel cosmo latente strisciare verso il Santuario. Debole, ma carico di presagi funesti. Dei del cielo, fate che non sia pregò, alzando gli occhi ciechi alla costellazione del Dragone, che riverberò in muta risposta.
“Tornerai?” chiese alla fine, quando avvertì il cosmo di Sagitter intensificarsi e quel calore ardente lambirlo in un abbraccio. E dentro quel calore la prepotenza libera di Pegasus pulsare vivida. Era inutile: Seiya aveva accettato Sagitter, ma sarebbe sempre stata Pegasus la sua armatura.
“Guarda che non è facile liberarsi di me” gli rispose Seiya. “Non ci sono riusciti neanche gli Dei. Ne?”
“Presuntuoso” Shiryu rise, liberando il suo cosmo per accompagnarlo ancora per un tratto di strada. Non sono di cristallo sembrò rimproverarlo bonariamente, frenando le proteste di Seiya. Eppure, in cuor suo sperò che fosse davvero così; che quell’arroganza infantile davvero fosse la garanzia che tutto sarebbe rimasto come sempre. Sei ingenuo si rimproverò, ma in quel momento volle crederci. Mentre Sagitter sfrecciava verso il cielo, lasciandosi alle spalle una promessa sorridente.
“Tornerò.”





1) Il dou li è il nome cinese del tipico cappello di paglia originario del sud-est asiatico, di forma conica e viene fissato mediante una stringa di tessuto che passa sotto il mento, spesso di seta; all'interno è presente un'altra fascia che non lo fa muovere sulla testa. Questo cappello vieneusato essenzialmente come protezione dal sole e dalla pioggia, specialmente da chi lavora nei campi di riso.

2) Il cheongsam è il tradizionale abito femminile cinese, consistente in un unico pezzo, generalmente molto aderente, a maniche lunghe o corte. Segno distintivo del cheongsam è il colletto alto in stile coreano, abbottonato con alamari e bottoni che scendono in diagonale dalla base del collo fino all'ascella. La gonna può essere di lunghezza variabile ed è generalmente molto stretta e dotata di spacchi laterali molto profondi. I modelli tradizionali del cheongsam sono generalmente realizzati in seta in un colore unico, o a fantasie, ed a volte bordato in un colore differente da quello del resto dell'abito.[

3) Anissa, traslitterazione bizantina dell’epiteto greco antico anassa, significa signoraed è un epiteto spesso accostato, assieme a potnia, ad Atena e alle divinità guerriere in generale.
WLTR88

Bentornata!
Axia

WLTR88 wrote:
Bentornata!

Grazie^^
elisa

Ben tornata, ultimamente anche io sono spesso assente dal forum in questo periodo perciò non preoccuparti.
Ho appena finito di leggere il primo capitolo della fanfic, complimenti sei bravissima.
Antares

Bentornata Axia!
Credo di aver letto quasi tutte le tue fanfic e le ho sempre apprezzate per lo stile caratteristico, l'introspezione dei personaggi e le note linguistiche alla fine (a testimonianza del gran lavoro di ricerca) ^^
Di questa raccolta, poi, mi interessa molto l'ambientazione, avendo apprezzato Omega e apprezzando in generale questo tipo di "dietro le quinte".

Qualche commento specifico e un paio di domande:
Se non ho capito male, secondo questa versione sarebbero passati circa dodici anni tra la serie classica e il prologo di Omega? Lo chiedo anche perché tra quest'ultimo e Omega passano tredici anni, ma il tempo trascorso prima non è mai stato specificato nel dettaglio.
Molto bella l'idea dei pensieri trasmessi tramite il cosmo
Interessante tutta la vicenda di Cristal, così come questa versione "alternativa" e cresciuta del personaggio.
La Palaestra cui sta lavorando Andromeda in Tibet è quella vista poi nella serie? Anche qui, chiedo perché, pur non venendo mai fornita una location precisa, veniva dato ad intendere che fosse nella zona Mediterranea.
Carina la parte sugli occhi di Isabel, perché (e non vorrei dire una cavolata) mi pare che da un certo punto in poi vengano effettivamente colorati diversamente rispetto a prima, più chiari ^^
Axia

elisa wrote:
Ben tornata, ultimamente anche io sono spesso assente dal forum in questo periodo perciò non preoccuparti.
Ho appena finito di leggere il primo capitolo della fanfic, complimenti sei bravissima.


Grazie del bentornata!
Io, più che assente, sono proprio dispersa. Purtroppo! Il lavoro mi assorbe davvero tantissimo, e il poco tempo che mi resta lo dedico alla scrittura. Frequento, ma non riesco mai a commentare come vorrei.
Grazie mille anche per i complimenti! Sono contenta che ti sia piaciuta!

Antares wrote:
Bentornata Axia!
Credo di aver letto quasi tutte le tue fanfic e le ho sempre apprezzate per lo stile caratteristico, l'introspezione dei personaggi e le note linguistiche alla fine (a testimonianza del gran lavoro di ricerca) ^^
Di questa raccolta, poi, mi interessa molto l'ambientazione, avendo apprezzato Omega e apprezzando in generale questo tipo di "dietro le quinte".

Qualche commento specifico e un paio di domande:
Se non ho capito male, secondo questa versione sarebbero passati circa dodici anni tra la serie classica e il prologo di Omega? Lo chiedo anche perché tra quest'ultimo e Omega passano tredici anni, ma il tempo trascorso prima non è mai stato specificato nel dettaglio.
Molto bella l'idea dei pensieri trasmessi tramite il cosmo
Interessante tutta la vicenda di Cristal, così come questa versione "alternativa" e cresciuta del personaggio.
La Palaestra cui sta lavorando Andromeda in Tibet è quella vista poi nella serie? Anche qui, chiedo perché, pur non venendo mai fornita una location precisa, veniva dato ad intendere che fosse nella zona Mediterranea.
Carina la parte sugli occhi di Isabel, perché (e non vorrei dire una cavolata) mi pare che da un certo punto in poi vengano effettivamente colorati diversamente rispetto a prima, più chiari ^^


Ciao Antares! E grazie mille del bentornata!
Mi lusinga sapere che il mio modo di scrivere incontri il tuo gusto. Davvero. Le note sono sempre state un mio vezzo; con il tempo ho ridotto la parte in lingua non italiana, conservando solo alcuni termini (che, di fatto, tradurre risulterebbe alquanto comico).
A differenza tua, Omega non è stato da me particolarmente apprezzato (soprattutto la prima serie) e ciò mi ha spinto ha creare questi, appunto, "dietro le quinte" (mi piace come definizione!).
Che sono, e ripeterò fino allo sfinimento, solo delle personali interpretazioni!

E ora qualche risposta che, spero, sia soddisfaciente (NON voglio convincerti, sia chiaro!):
ehmm...no. Adesso, io sono una capra in matematica (e spero che le capre non si offendano!), ma giuro che, al tempo della storia i calcoli li avevo fatti e tornavano! Anche se, probabilmente, il problema è che erano legati al mio fanverse^^ Per la serie classica non si esaurisce in una manciata di mesi, ma in qualche annetto. Licenza poetica. Perdona.
Diciamo che, dalla cecità di Shiryu sono passati dodici anni, comprendenti anche la battaglia in Elisio, e alcuni anni di altri avvenimenti (il Tenakai e una specie di  "battaglia nei Cieli" - Saga di Zeus che sto scrivendo. Ed è a quello che ci si riferirà in futuro parlando dei Cieli) e che siamo a qualche mese dalla nascita di Ryuho. Quindi a qualche mese dal primo scontro con Mars.
Diciamo che Seiya ha circa 24-25 anni, in questo momento. Per farti capire. Quando Crescendo riprende, dalla seconda parte (che no, ancora non esiste. Ma non è indispensabile^^), da questa conversazione sono trascorsi quindici anni.
...
Ok. Penso che sia davvero confuso    
Grazie^^ L'idea mi è venuta in un periodo che riguardavo Samurai Troopers. Ora. Non che il legame di cui parlano loro sia proprio la stessa cosa, ma...L'idea viene da lì. Giusto riconoscerlo.
La figura di Hyoga la devo a Hilda e alla sua bellissima e accurata storia "La magnifica preda". E' stata una delle prime storie "adulte" che ho incontrato nel fandome, e mi ha molto compito. Soprattutto il ruolo assunto da Hyoga in quel contesto. Sono partita da lì. Ma vista la mia vena angst, non sono riuscita a immaginare un riequilibrio positivo.
Ecco: devo confessare che questa non la sapevo. Dall'architettura, prima, avevo immaginato di collocarla in Francia, perchè mi ricordava molto Mont-Saint-Michail. Poi mi sono detta: troppo accessibile. Ci vuole un posto sotto la protezione di Atena, un posto sicuro e lontano da influenze negative e che possa comunque essere raggiunto. E allora ho pensato al Pamir, alla terra di Mur e alla sua difendibilità naturale. Ok: non mi sono fatta problemi per l'ambientazione perchè, di fatto, anche nell'anime-manga ci sono certe licenze. E io sinceramente non so bene se in Tibet non possano esistere delle conche maggiormente rigogliose e lontane dai ghiacciai. Un amico mi disse di sì, e io non approfondii (mea culpa). Quindi sì: la Palaestra in questione è quella della serie. Ho solo liberamente deciso dove collocarla. E no, il Mediterraneo (anche fosse la location accreditata) non mi attira molto, personalmente, come soluzione.
E' una scelta che ho maturato quando mi sono accorta che sì, effettivamente, nelle varie versioni animate, Saori ha il colore degli occhi diverso: neri (o blu scurissimo) nell'anime nella serie classica; verde-azzurro in Ade e nel Tenkai (e in Omega, appunto). Ho immaginato che lo schiarirsi degli occhi di Saori proceda di pari passo con l'aumentare della sua consapevolezza di essere Atena, che appunto è glaucopide^^

Grazie ancora e alla prossima![/b]
Antares

Axia wrote:
Che sono, e ripeterò fino allo sfinimento, solo delle personali interpretazioni!

Figurati, non voleva essere una critica, tanto più che dati certi non ce ne sono! Giusto per chiarire, riguardo le tempistiche, l'unica cosa ufficiale che sappiamo è che Omega è ambientata "13 anni e un po'" dopo la serie classica, con quell' "un po'" che è di fatto un buco temporale messo apposta per poterci piazzare altre eventuali avventure (come la battaglia contro gli Dei). Per la location, la zona attraversata da Koga e Soma al loro primo incontro dovrebbe essere l'Africa e, in generale, altri dettagli fanno pensare che la Palaestra possa trovarsi vicino al Grande Tempio, per questo ho menzionato il Mediterraneo, ma non mi pare sia mai stato detto niente di ufficiale, solo teorie da fan

Quote:
La figura di Hyoga la devo a Hilda e alla sua bellissima e accurata storia "La magnifica preda". E' stata una delle prime storie "adulte" che ho incontrato nel fandome, e mi ha molto compito. Soprattutto il ruolo assunto da Hyoga in quel contesto. Sono partita da lì. Ma vista la mia vena angst, non sono riuscita a immaginare un riequilibrio positivo.

Mi hai incuriosito e ho dato un'occhiata alla fanfic, ma è lunghissima ^^' Un giorno (lontano) la leggerò

Quote:
E' una scelta che ho maturato quando mi sono accorta che sì, effettivamente, nelle varie versioni animate, Saori ha il colore degli occhi diverso: neri (o blu scurissimo) nell'anime nella serie classica; verde-azzurro in Ade e nel Tenkai (e in Omega, appunto).

Ecco, mi fa piacere sapere che non mi immagino le cose, ricordavo di aver letto qualcosa a proposito qui in forum (anche perché altrimenti difficilmente ci avrei mai fatto caso) ^^
Axia

Antares wrote:
Axia wrote:
Che sono, e ripeterò fino allo sfinimento, solo delle personali interpretazioni!

Figurati, non voleva essere una critica, tanto più che dati certi non ce ne sono! Giusto per chiarire, riguardo le tempistiche, l'unica cosa ufficiale che sappiamo è che Omega è ambientata "13 anni e un po'" dopo la serie classica, con quell' "un po'" che è di fatto un buco temporale messo apposta per poterci piazzare altre eventuali avventure (come la battaglia contro gli Dei). Per la location, la zona attraversata da Koga e Soma al loro primo incontro dovrebbe essere l'Africa e, in generale, altri dettagli fanno pensare che la Palaestra possa trovarsi vicino al Grande Tempio, per questo ho menzionato il Mediterraneo, ma non mi pare sia mai stato detto niente di ufficiale, solo teorie da fan


Lo so che non era una critica! O meglio, so che era una consiederazione obiettiva. E l'ho molto apprezzata proprio per quello.
Hai centrato il punto: non ci sono dati certi^^ Quindi: via libera alla fantasia!
Ho scelto di mettere Palaestra in Tibet, come ti ho detto, per licenza poetica, e perchè mi affascinava l'idea del luogo. E perchè no, che al Tempio ci fosse un usurpatore e dieci passi più in là tutto andasse bene e nessuno si accorgesse di niente, e soprattutto, nessuno attaccasse la nuova struttura mi sembrava davvero assurdo. Inoltre...Ok, della Grecia noi abbiamo sempre un'idea arcadica, ma quei boschi che si vedono nell'anime no, proprio proprio non riesco a vederceli in Grecia. Al massimo a Tempe, in Tessaglia. E come soluzione, lo avrai capito, non mi aggradava.
Ma molto di certe scelte è frutto di licenza poetica^^

Antares wrote:
Axia wrote:
arrow: La figura di Hyoga la devo a Hilda e alla sua bellissima e accurata storia "La magnifica preda". E' stata una delle prime storie "adulte" che ho incontrato nel fandome, e mi ha molto compito. Soprattutto il ruolo assunto da Hyoga in quel contesto. Sono partita da lì. Ma vista la mia vena angst, non sono riuscita a immaginare un riequilibrio positivo.


Mi hai incuriosito e ho dato un'occhiata alla fanfic, ma è lunghissima ^^' Un giorno (lontano) la leggerò


Lo so che è lunghissima, ma ti assicuro che merita. Davvero! Anche a bocconi

Antares wrote:
Axia wrote:
E' una scelta che ho maturato quando mi sono accorta che sì, effettivamente, nelle varie versioni animate, Saori ha il colore degli occhi diverso: neri (o blu scurissimo) nell'anime nella serie classica; verde-azzurro in Ade e nel Tenkai (e in Omega, appunto).

Ecco, mi fa piacere sapere che non mi immagino le cose, ricordavo di aver letto qualcosa a proposito qui in forum (anche perché altrimenti difficilmente ci avrei mai fatto caso) ^^


Nono, tranquillo^^ Non sei tu ad avere le allucinazioni.
Non conosco il perchè del cambio cromatico, ma, come avrai notato, mi sono divertati a cercarne una spiegazione  


Di seguito, il terzo capitolo.
Sì, il terzo. Il secondo, come già detto, non esiste. Latita. Si ostina a non voler esser concluso.
Ma essendo un piccolo spaccato a sè, può essere fruito singolarmente.
Il bello di fare die slice of life^^
Axia

Autore: Axia
Genere: Introspettivo, Malinconico, Slice of live
Personaggi Principali: Shiryu; Seiya
Altri Personaggi:Shun Rei; Saori, Ryuho solo nominati
Rating: verde
Disclaimer: i personaggi sono di Masami Kurumada; la situazione la rivendico come mia^^
Note: one shot; missing moments
Cose: doveva essere completamente diversa; doveva essere un confronto fra Shiryu e Seiya sol loro ruolo di “padri”. Doveva essere la differenza fra la drammaticità della serie classica e la versione edulcorata dell’Omega. E invece è venuto fuori questo. Non so nemmeno io bene come definirlo. È speculare, per certi aspetti, al primo “Crescendo”. Alcune situazioni si ripetono. E c’è tanta introspezione; forse troppa introspezione. Non so.
Comunque, alla fine l’ho scritta ed è diventata il terzo capitolo di quella che ormai, nella mia mente, è diventata una vera e propria serie. La seconda parte, per chi se lo chiedesse, non esiste ancora. Ci sto lavorando; nella mia mente e sulla carta. Ma il tempo è poco, la stanchezza tanta e questa è stata decisamente più veloce da completare.
Seiya non è proprio nelle sue corde, in questo capitolo. Ma in fondo non appare molto “Seiya” nemmeno nell’Omega. Ho cercato di trovare un equilibrio fra i due. E Shiryu resta sempre il contraltare perfetto.
Qua e là qualche omaggio al Canvas, che forse non amerò, ma di certo ho apprezzato per alcuni spunti. Come il Pegasus sopra la cascata del Dragone. Una soluzione così sprecata, in chiusura dell’opera. E così stimolante che non potevo riprenderla in qualche modo.
Ikki intanto continua a latitare. E finchè non si decideranno a inserirlo in Omega (e sarebbe ora, dopo 59 episodi), latiterà anche in Crescendo.
Per la collocazione nella serie, rimando allo schema del primo post.






Crescendo III
Pubu




“Sei tornato.”
Haa. Te lo avevo promesso. Ne?”
La cascata aveva il colore delle stelle; e fra il vapore umido si indovinava il cielo. Seiya sospirò al quadrato di Pegasus che emanava un tenue bagliore. C’era profumo di muschio e mandarini e una sensazione di fresco piacevole sulla pelle ancora calda del sole di Grecia.
C’era tranquillità; fra i costoni millenari della Cina, scavati dallo scorrere eterno dell’acqua, c’era la tranquillità che Seiya si era sentito scivolare fra le dita. C’erano le sicurezze afferrare negli anni passati e adesso, all’improvviso, viste svanire.
E c’era Shiryu.
Shiryu e la sua espressione, sospesa fra sollievo e forse un pizzico di risentimento. Shiryu, lo sguardo a frugare fra le stelle, oltre le stelle, a rincorrere cosmi lontani e appena palpabili. In Tibet, in Siberia; forse fino in terra di Grecia.
E c’era la pagoda. Lì sullo sfondo, ombra più scura fra i costoni di roccia e la notte che tutto avvolgeva. C’era il fievole baluginio di candele e Seiya immaginò il gusto di riso tiepido e soia, il sapore di ceramiche che si muovono veloci fra mani esperte. C’era Shun Rei, in quella pagoda; a raccogliere quello che la guerra contro Mars e le ferite di tenebra le avevano concesso: un marito, un uomo accanto. Mentre suo figlio cresceva cavaliere.
“Ho visto Ryuho” soffiò alla fine Seiya. “Ne hai fatto un ottimo cavaliere. Un degno erede del Dragone” cercò di lusingarlo, con un sorriso troppo aperto per essere reale; con un sorriso troppo forzato per non nascondere angoscia.
Credeva in quello che aveva detto; eppure non riusciva ad accettarlo. L’armatura del Dragone su qualcuno che non fosse Shiryu; una nuova armatura per un nuovo cavaliere, per un bambino che Seiya non aveva visto crescere. Per quel bambino che aveva immaginato, nel sorriso fiero di Shun Rei e nell’orgoglio di Shiryu. Per quel bambino che aveva scelto di combattere per un padre che sapeva di leggenda; per un padre che non avvertiva né carezze né vento. Solo il crepitio sommesso di cosmo.
“Non era pronto” sussurrò Shiryu, stringendo le mani una stanca consapevolezza sospesa fra rimorso e dispiacere.
“Shiryu.”
“No, Seiya” lo fermò. E in quegli occhi; negli occhi ormai adulti di un amico; negli occhi adulti di quell’uomo che gli era cresciuto accanto, Seiya lesse dolore e impotenza. Lesse la sofferenza del guerriero e lo strazio del padre. Lesse la rabbia, la tranquillità imposta e il profondo, viscerale desiderio di imparare un gesto, una carezza, una sensazione troppo a lungo proibita.
“Non era pronto. E non lo è ancora.”
Perché il cosmo appena esploso era ancora giovane e ingenuo; perché il Dragone tatuato sulla schiena era ancora un cucciolo da poco avvezzo alla lotta e con troppi ideali negli occhi. Perché Ryuho della guerra aveva conosciuto poche sofferenze e alcune sconfitte; perché della guerra non aveva assaggiato il lento logorio dell’attesa e della frustrazione.
“Non lo eravamo neanche noi” sussurrò Seiya, gli occhi sulle mani guantate d’oro, sull’armatura di Sagitter che tremolava di cosmo. E il pensiero correre fugace ad Aiolos, alla sua vita giocata per caso, alla sua morte che era la morte di un uomo, di un ragazzo che non aspirava a diventare eroe.
“È diverso, Seiya. Lo sai anche tu.”
Seiya socchiuse gli occhi assaggiando quel diverso che ricordava battaglie strazianti, sangue e rabbia e impotenza. Diverso perché erano stati loro contro il mondo, contro il Tempio e le sue tradizioni. Loro contro la giustizia deviata di Saga, contro i ghiacci eterni di Asgard, contro i fluttui impetuosi di Posidone.
Loro contro se stessi, contro l’amore egoista di Anissa.
Saori-san.
Sospirò. Non la chiamava più così; non riusciva più a chiamarla solo Saori. Eppure non si rassegnava a quel ruolo che l’armatura gli assegnava. Non accettava di restare dietro di lei; e nei suoi occhi. Negli occhi azzurri di Atena, Seiya intuiva ancora la supplica di non allontanarla, il desiderio ardente di accettarla. Come dea; e come donna.
Come la donna per cui aveva combattuto; la donna che tante volte aveva stretto fra le braccia su campi di battaglia, sentendo irradiare da lei quella quieta risoluta fiducia che mai l’aveva fatta vacillare. La sicurezza di Anissa; la sicurezza di Saori nell’abbandonarsi a lui, nel rimettersi a lui.
Seiya osservò il cielo di Cina; così terso e luminoso in quella valle fra picchi antichi. E ripensò ad un altro cielo, un cielo immenso negli occhi ancora scuri di Saori. Quando si era risvegliata, ed era stato a lui che aveva rivolto il pensiero; quando si era risvegliata, ed era stato lui che aveva stretto; quando si era svegliata e lui aveva desiderato poterla ancora guardare. Guardare la fiducia che vedeva in lui, guardare la sicurezza sulle sue labbra ancora infantili.
Guardarla.
Guardare Anissa; guardare Atena come mai cavaliere avrebbe potuto osare; come mai uomo avrebbe dovuto desiderare. Guardarla di nuovo; e rivedere Saori. Rivedere la ragazzina cresciuta con lui; la ragazzina arrogante e crudele che aveva imparato la fermezza e la quieta dolcezza; la ragazzina che era divenuta donna. E la donna che era trasmutata in dea, la donna che aveva combattuto con lui nei cieli d’Olimpo.
La donna per cui aveva scelto di continuare a combattere, la donna per cui avrebbe sempre combattuto. Non Anissa; e nemmeno la devozione. Solo per Saori. Per poterle essere ancora accanto.
“Diverso” soffiò alla fine, sfiorando in un gesto distratto la lunga striscia di bisso che portava sull’armatura. “Sono cambiate molte cose, in questi anni.”
Noi siamo cambiati” gli confermò Shiryu. “E tu non c’eri.”
“Shiryu.”
“Lo so, Seiya” gli sorrise, senza rabbia o livore. Perché era stato così da Seiya agire d’impulso, senza attendere una soluzione alternativa. Era stato così maledettamente da Seiya gettarsi contro l’avversario e lasciare a loro le conseguenze.
Era sempre stato da Seiya ricorrere alla soluzione più drastica, fregandosene di chi poi avrebbe dovuto affrontare le conseguenze di quella sconsideratezza. Eppure. Eppure quando Anissa aveva detto loro che Seiya era scomparso, e Mars con lui, Shiryu aveva avvertito come sollievo. Aveva avvertito una inappropriata rassicurante conosciuta sensazione nello stomaco. Perché Sagitter non lo aveva cambiato; perché Seiya era ancora lo stesso di quando, ragazzini, avevano combattuto i Cavalieri d’Oro. Lo stesso irritante, impulsivo, imprevedibile ragazzino che prima agisce e poi valuta le conseguenze; la stessa passione e la stessa infantile sicurezza in loro.
Perché Seiya non aveva del tutto agito d’istinto; perché Seiya sapeva che loro sarebbero rimasti a proteggere Anissa, e a nessun altro l’avrebbe altrimenti affidata. Ma aveva fatto male; all’inizio aveva fatto male la sensazione di essere uno in meno. Aveva fatto male e aveva fatto paura. Una irrazionale folle insana paura.
Perché, per la prima volta, Shiryu si era accorto che il loro equilibrio poteva infrangersi. Perché per la prima volta stavano provando cosa significasse restare da soli.
E quello che avevano costruito, quello che le battaglie e le complicità aveva stretto non lo aveva strappato né la morte né la guerra; non se l’era portato via il destino o un dio avversario. Quello che aveva rimesso tutto in discussione era stato proprio Seiya e il suo egoistico altruismo.
“Ho avuto paura” gli confidò, la voce un sussurro flebile nel mormorio della cascata. “Seiya: ho avuto paura che Sagitter ti avesse cambiato; che non ci volessi, che non mi volessi più al tuo fianco.”
“Shiryu.”
“Lo so. Un pensiero stupido” ridacchiò, massaggiandosi distrattamente la base del collo. “L’ho capito dopo; l’ho capito quando hai iniziato a parlare con me. Con il cosmo e le stelle.”
E si rivide sullo sperone di roccia, la notte d’estate nel cielo terso e il respiro ritmico della cascata. Si rivide, gli occhi ciechi e il corpo anestetizzato nei sensi; c’era Shun Rei con lui, quella notte. Shun Rei e suo figlio; la mano inesistente di lei nella sua, il nulla a circondarlo e il debole frammento di cosmo che Anissa aveva instillato in lui per dargli conforto. Quel debole barlume che pulsava vivido alla sua rabbia e alla sua frustrazione; quella scintilla cui si era aggrappato nei primi mesi, per non cedere, per non sentirsi di nuovo inutile.
Poi. Poi era stata la sorpresa. Il fremito di una voce conosciuta chiamarlo con un sorriso impacciato. Era stato Seiya davanti a lui, a fluttuare fra la nebbia leggera dell’acqua. Era stato Seiya, le mani in tasca e gli occhi alla costellazione di Pegasus. Erano iniziate così, le loro lunghe impalpabili conversazioni, le interminabili discussioni attraverso cosmi e coscienza.
Seiya non vedeva, non sentiva, non conosceva. Seiya era solo un flebile alito di cosmo che Pegasus catalizzava fra le acque di Cina. Era solo l’immagine fluttuante di un prigioniero che si concedeva una sortita fugace. E Shiryu aveva iniziato a rischiare la vita e il cosmo per permettere a se stesso e a Seiya di capire, di conoscere, di sapere. Con gli occhi di Seiya aveva visto Ryhuo crescere e lo aveva addestrato; con gli occhi di Seiya, aveva scoperto Shun Rei forgiarsi nella determinazione, lei così fragile in quel corpo minuto e sottile; con gli occhi di Seiya aveva lasciato andare suo figlio, rimpiangendo per lui quel mondo che non erano riusciti a custodire.
E nei suoi occhi ciechi; nei suoi occhi che bruciavano di cosmo non domo, Seiya aveva intuito l’operato di Mars e la nuova guerra sempre più prossima; nei suoi occhi aveva rivisto Koga ormai ragazzino e Pegasus avvolgerlo a protezione.
All’inizio era stata quotidianità; all’inizio era stata sicurezza segreta e complice che nulla in fondo era mutato. Poi le visite si erano fatte più rare; Seiya faticava. Faticava sempre di più ad astrarre una briciola di cosmo ed evadere da. Da qualunque luogo fosse quello dov’era rinchiuso. E le ferite di tenebra e le catene di cosmo nero e pressante diventavano sempre più opprimenti, sempre più forti.
“Mi mancavate” ricordò Seiya, stringendosi con distrazione un braccio. La sensazione del cosmo freddo che serpeggiava lungo il suo corpo; la sensazione sgradevole di costrizione che Mars era riuscito a imporgli ancora l’avvertiva vivida sulla pelle, come impressione difficile da cancellare. “Quando ero cosciente e non ero con te, mi mancavate così tanto.”
“Sei stato precipitoso” lo rimproverò Shiryu. L’unico solo rimprovero che potesse muovergli: la sua eterna costante impulsività. Eppure Seiya era Seiya anche per quello, e diversamente non lo avrebbero più riconosciuto.
Un-un” concesse Seiya, assecondandolo in quel gioco che sembrava all’improvviso restituirgli il tempo passato, i rimproveri bonari di Shiryu e la scrollata irriverente di spalle in risposta. “Vi siete arrabbiati molto?” chiese infine, un sorriso nella voce come più infantile, come per un istante dimentica di doveri e urgenze.
“Tu che ne pensi?”
Saa” ridacchiò Seiya, sfilandosi l’elmo e scompigliandosi i capelli in un gesto di divertito imbarazzo. “Shun di certo. E poi. Tu?”
“Hyoga no?”
Nanka. Con Hyoga non riesci mai a capire cosa gli passa per la testa.”
“Con te, invece, credi che sia facile?” replicò Shiryu, cercando di ignorare il ricordo dell’espressione di Hyoga quando lo aveva saputo. Quello sguardo distante e lucido di rabbia, quella calma irreale che lo percorreva prima di esplodere, letale e rapida. Aveva perso troppo nella sua vita, Hyoga, per accettare l’impotenza di quella nuova decisione imposta.
“Più facile che con Ikki di certo” scherzò con sottile ironia. Non voleva ancora pensare al motivo della sua visita, non voleva pensare all’urgenza che lo aveva riportato in Cina dopo tanti anni e al peso di Sagitter sulle spalle ancora deboli.
“Ikki è Ikki. Lo conosci” rispose con semplicità Shiryu. Era difficile spiegare quello che ognuno di loro era; ed era superfluo. Avevano imparato con gli anni a conoscersi, a comprendersi, a interpretarsi. Sapevano cosa aspettarsi l’uno dall’altro; e sapevano come reagire quando uno di loro agiva a modo proprio.
“Già. Lo conosco” sorrise Seiya, e la smorfia infastidita di Ikki gli baluginò nella mente. Quel modo irritante che aveva di sorridere quando voleva provocare; e soprattutto quando voleva fargli capire dove stesse sbagliando. “Vive ancora da vagabondo?”
“Sai com’è fatto” scrollò le spalle Shiryu. “Non gli piace sentirsi costretto.”
Seiya annuì. Una brezza leggera gli portò l’odore di riso cotto e cenere calda. A breve Shun Rei si sarebbe seduta ad aspettare; a breve Shiryu sarebbe rientrato in quella casa che lo aveva visto crescere, sarebbe tornato dalla donna che, nonostante tutto, continuava ad amarlo. Alla donna che poteva amare. E che forse avrebbe dovuto di nuovo lasciare.
“Ci sarò” sussurrò nel silenzio rilassato Shiryu, gli occhi alla debole luminescenza delle finestre in lontananza. “Quando la nuova guerra inizierà, sarò al tuo fianco. Come sempre.”
“Sei ancora debole” cercò di obiettare Seiya.
“Lo sei anche tu” gli ricordò Shiryu, sfiorandolo appena con il cosmo. A trasmettergli quella forza che Seiya sembrava perdere lentamente, a ricordargli la determinazione con cui sempre gli aveva spronati in battaglia. A recuperare i sogni di quando erano ragazzini e il peso del mondo sulle spalle era l’onore più grande.
E in quell’eco Seiya avvertì la preoccupazione e l’angoscia degli anni trascorsi. Conobbe le paure e lo strazio di quando si era lasciato inglobare e il lento, meticoloso, logorante lavoro di equilibrio cui Shiryu si era sottoposto. Per trasmettergli sempre, nelle loro conversazioni impalpabili, quella sicurezza e tranquillità cui Seiya agognava; quella normalità che Mars e il costante potere delle tenebre stavano rodendo poco a poco.
Doveva essere una protezione sicure; ed era stata una prigione inespugnabile. Doveva essere la necessità per sconfiggere quell’entità ancora indefinita; e si era trasformata in uno stillicidio. In quegli anni, Seiya aveva perso qualcosa. Forse la fiducia forse gli ideali.
Eppure era davanti a lui, rivestito dell’oro di Sagitter.
Era ancora disposta a combattere, nonostante il corpo ancora debilitato e la stanchezza nello sguardo troppo maturo. Shiryu lo avvolse con il suo cosmo, in un abbraccio che sapeva della tranquillità e della freschezza dell’acqua. Era sempre stato bravo nel limare l’intemperanza e l’impulsività di Seiya. Eppure, in quel contatto, si accorse del cosmo immenso che ancora ardeva entro Seiya; di quel caldo, luminoso, appassionato cosmo pronto a esplodere fino a incenerire membra e anima. E seppe anche i frantumi che Seiya continuava a nascondere, le insicurezze e le paure che passo dopo passo lo stavano trasformando, lo stavano in qualche modo cambiando.
C’era ancora Anissa nei suoi pensieri; ci sarebbe sempre stata.
Eppure. Eppure Shiryu colse il sussurro di una domanda disperata; percepì l’insicurezza di Seiya al pensiero di una nuova battaglia. E ne rimase disorientato.
Perché Seiya non ha mai rifiutato lo scontro; perché è di Seiya accettare le sfide e rivaleggiare con gli dei per le sue convinzioni. Perché è Seiya a trascinarli avanti, nonostante le difficoltà. Perché era Seiya che aveva scelto di restare in terra di Grecia, di vestire Sagitter per non abbandonare Anissa. Perché era Seiya a non riuscire ad accettare né il ruolo né gli uomini che dovrebbe chiamare compagni.
Perché era Seiya a cercare ancora, sempre, l’eco di cosmi dispersi nel mondo per ricevere da loro forza e sicurezza. Perché Seiya era terrorizzato al solo fugace pensiero che qualcosa fra loro cambiasse, anche se tutto era già mutato.
“Devo andare adesso” sussurrò Seiya, a disagio in quel cosmo così familiare; in quel cosmo che sapeva di vecchie complicità mai sopite.
“Shun Rei si arrabbierà se non la saluti” cercò di trattenerlo Shiryu. Perché assomigliava ad una fuga, quella fretta improvvisa di Seiya. Assomigliava al desiderio di non affrontare un discorso che nasceva nello stomaco e moriva nella gola. Assomigliava ad un’indecisione, un’insicurezza che Shiryu gli conosceva e che credeva che Seiya avesse imparato a domare già da tempo.
“La prossima volta mi farò perdonare. Promesso!” rise con finta allegria.
E la mente corse ad un altro saluto, all’ultima volta che aveva solcato il cielo di Cina. Quella volta se ne era andato con un ghigno irriverente; ed era stata l’ultima volta che aveva visto Shiryu. Quella volta, non aveva pensato che avrebbe potuto non tornare.
“Tornerai presto?” gli chiese Shiryu, ma nella voce non c’era aspettativa. Non c’era né speranza né attesa. Era così piatta, quella voce; sembrava piuttosto un ammonimento. Un rimprovero a non far loro, di nuovo, una promessa a vuoto; a non rischiare se stesso per il suo insano egoistico altruismo.
“Tornerò” lo rassicurò. “Non ho intenzione di farvi preoccupare di nuovo. Stai tranquillo.”
“Preoccuparci?” soffiò Shiryu, e in quel sorriso sottile Seiya lesse una velata minaccia. Nel riflesso intenso di cosmo che baluginò negli occhi di Shiryu scorse una profonda cupa determinazione. “Esasperarci, semmai. E non sarebbe saggio farlo da parte tua. Proprio sconsiderato.”
Seiya rise.
La prima vera risata che Shiryu gli sentì da quando gli era comparso accanto. Non sapeva esattamente per cosa fosse venuto: forse per sincerarsi delle sue condizioni; forse per vedere Ryuho. Forse per ordine di Anissa o forse senza un motivo preciso, solo perché ne aveva avvertito la necessità.
Era semplicemente arrivato, e con lui quelle insicurezze che si portava dentro. Forse era per quello: per scoprire cosa ancora esistesse di lui stesso, e di loro. E adesso se ne andava, senza precise risposte e con quella domanda ancora inespressa a sussurrargli nella mente.
“Seiya” lo richiamò Shiryu, quando Sagitter già baluginava di clangore dorato. “Ci saremo. Quando sarà il tempo. Ci saremo tutti e quattro.”
E Seiya sorrise, mentre l’elmo tornava a proteggere la testa arruffata; mentre negli occhi di Sagitter il tremito di determinazione s’infiammava simile al fuoco che divampa. Seiya sorrise, spiegando le ali al cielo di Cina e lasciandosi alle spalle il riflesso di una consapevolezza riconquistata.
“Lo so.”
Aledileo

Sempre bellissime le tue storie, cara Axia!
elisa

Un'altro bellissimo capitolo, complimenti Axia.
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