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La prima guerra sacra

 
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TheHellion



Joined: 29 May 2017
Posts: 28



PostPosted: Sun Jun 11, 2017 22:26 pm    Post subject: La prima guerra sacra  Reply with quote

Capitolo 1
Questo è l'inizio della guerra sacra

L'uomo non percepisce ciò che è superiore ai suoi sensi.
Egli nasce, cresce, vive, cercando e sognando ciò che vede, tocca, sente.
L'umanità è ignara di quanto sia dura la lotta per la sua libertà, di quanti sacrifici siano richiesti poiché il Male non la divori.
Loro non sanno che una sola dea si erge contro i suoi simili.
Una sola degli immortali li ama più di sé stessa ed è pronta a tutto pur di proteggerli.
Atena, dea della guerra e della giustizia lotta per questo contro il potere nefasto del grande signore degli Inferi Ade: fratello di Zeus e Poseidone, che con essi divide il potere sull'universo.
È ferita e stanca ai piedi dell'Olimpo, sconfitta dalla solitudine e dalla forza incontrastabile dell'armata sempre più numerosa degli Inferi.
La pesante armatura d'oro è diventata un fardello troppo oneroso per il corpo della dea, esattamente come il grande scudo rotondo, sfregiato dalla furia del signore dei morti.
Il sangue fluisce con la vita dalla ferita al petto, bruciante e dolorosa come l'odio di Ade per tutto ciò che è vivo.
La debolezza non le impedisce di abbracciare un'ultima volta il mondo intero.
Un bagliore di luce brilla e si espande irradia il calore della speranza, dell'ordine, del Cosmo.
Esplode e tace nel sussurro di una preghiera.
«È finita Atena.
Non hai più via di scampo.»
La dea scosta una corposa ciocca dei lunghi capelli per liberare lo sguardo.
Il suo sguardo incontra quello dell'azzurro cobalto degli occhi di Ade, placidi come l'acqua di un lago.
Ciò che Atena vede in lui e il vuoto più spaventoso, la privazione di ogni sentimento o emozione, persino dei pensieri. I capelli neri e folti del dio interrompono per qualche istante il contatto dei loro sguardi a causa del vento che li fa danzare nell'aria polverosa del campo di battaglia.
«Questa terra sarà mia: rassegnati.»
La lama della spada di Ade balugina di una luce scarlatta mentre punta contro il viso di Atena.
«Il mondo non appartiene agli dei, ma agli uomini Ade.»
La dea posa i palmi a terra, dopo essersi liberata dello scettro e dello scudo. Con le ultime forze si alza in piedi e sostiene fiera lo sguardo ferino del suo nemico.
«Tutto inutile» mormora, suscitando il controllato stupore sul viso giovane e imberbe di Ade.
«Anche se sono sconfitta, non lo è la mia speranza e il mio potere che  è ora diffuso in tutto il mondo.
Si trasformerà nei sogni degli uomini, nella loro forza e li aiuterà a opporsi a te ogni volta che allungherai la mano su di loro.
Al tuo contrario, non smetterò mai di credere in loro!»
Una fitta di nuovo dolore scuote la dea della giustizia, mentre altro sangue cola a copiosi rivoli dalla ferita aperta sull'addome.
«Che la morte ti faccia tacere ora e per sempre, nipote» sentenzia il dio dell'Inferno, mentre estrae la spada dalle carni di lei, senza strapparle un lamento.
«Abbandonato dai tuoi fratelli, ricacciato negli inferi, temuto da chi hai amato, hai trasformato la tua gentilezza in rancore verso gli uomini.
Hai sbagliato Ade.
Non sono loro i responsabili del tuo esilio!»
La consistenza del corpo della dea diventa sempre più labile.
Le carni e le ossa si tramutano lentamente in luce.
Una luce che ferisce gli occhi di Ade e lo costringe a socchiuderli.
Le parole di Atena si diffondono nel vento, come la sua essenza.
«Sei tu la causa della tua rovina ed è per questo che non vincerai mai questa guerra.»
La spada del dio fende l'aria con affondi feroci, carichi di rabbia.
Una ferita in lui ha iniziato a sanguinare un ricordo profondo e perduto che riporta alla sua mente le immagini di visi terrorizzati, di occhi in lacrime, di vita che avvizzisce, di colori che lentamente si trasformano in nero.
Sin dalla sua creazione egli è stato maledetto dal potere di dare la morte, che ha divorato ogni cosa gli sia appartenuta, anche lui stesso.
«Non è così Atena!
Sei tu che non vuoi vedere ciò che fanno gli uomini al mondo che dovrebbe essere nostro!
Stolta accecata dai loro sentimenti non hai compreso che solo la morte può portare la pace che predichi tanto!»
Ade lancia la sua spada contro le eterne rocce dell'Olimpo.
La lama affonda, producendo una crepa che si estende verso l'alto, fino a separare uno sperone di pietra dal resto del monte.
La terra sanguina fango antico che si diffonde ai piedi del dio, calzati nei pesanti stivali dell'armatura nera come le gemme dell'Inferno.
Dalla frattura della pietra proviene un vento caldo che odora di zolfo.
Il fumo abbraccia la figura solitaria di Ade che si addentra nel passaggio aperto verso il suo regno.
Ha vinto la battaglia, ma non la guerra.
Quella luce diffusa lo indebolisce, lo contrasta e lo costringe alla ritirata.
Non è possibile debellare la dea sognatrice, non così.
C'è bisogno di un esercito che perseguiti, cancelli ciò che è rimasto di lei.
Serve un esercito di ombre che divori la luce della sua speranza e distrugga gli uomini.
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WLTR88
A un passo dal ban
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Joined: 19 Jan 2017
Posts: 241


Location: Urzulei, Sardegna

PostPosted: Fri Jun 23, 2017 17:31 pm    Post subject: Reply with quote

Un buon capitolo, con l'introduzione alla storia.
E' un peccato che Kurumada non abbia ancora pensato alla prima guerra sacra, magari lasciando i disegni a qualcun altro.
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TheHellion



Joined: 29 May 2017
Posts: 28



PostPosted: Mon Jun 26, 2017 17:54 pm    Post subject: Reply with quote

Capitolo 2
Inazuma

«Corri, Sarya!
Esci di qui e porta con te tuo fratello!» grida mio padre.
Non l'ho mai visto così spaventato.
Egli si è parato tra noi e un terribile intruso: un uomo che non ho mai visto con gli occhi carici d’odio.
È alto e imponente, molto più di mio padre e indossa una corazza nera, luccicante.
I suoi lunghi capelli bianchi scendono scartati lungo tutta la schiena.
Nonostante sia canuto il viso attorniato dal metallo scuro della maschera è giovanissimo.
«Sarya!
Sbrigati!»
Mia sorella obbedisce al nuovo imperativo di mio padre e mi prende per un braccio, trascinandomi via verso l'uscita del palazzo che si trova dietro di noi.
«Non possiamo lasciarlo solo, Sarya!» provo a oppormi, ma lei non sente legge.
Continua a correre, senza voltarsi.
«Non mi fermerai qui, Sophos!
Questa trappola serve a poco!» grida nervoso lo sconosciuto.
Avverto il rumore di un colpo e il lamento breve di mio padre.
No!
Non riesco ad accettare che qualcuno gli faccia del male.
Blocco quindi i miei passi, costringendo mia sorella a fare lo stesso.
«Andiamo Inazuma!
Non c’è tempo!» mi dice la sua voce tremante alterata dai singhiozzi.
«Non permetterò che nessuno di voi lasci questo luogo.
Le pietre della vostra casa saranno la vostra tomba» tuona la voce dell'estraneo, più forte e irata di prima.
«Brama di vita!» grida.
Mi confonde, perché non riesco a capire che senso abbia quella frase unita alle altre.
Odo poi un nuovo lamento di mio padre, più prolungato e disperato del primo.  
Scappo verso di lui, sfuggendo dalla stretta di Sarya.
Quello che vedo mi paralizza.
Il corpo di mio padre è avvolto da una luce bianca che sembra voler coprire le ferite aperte sul suo corpo.
La ricca veste che indossa è lacerata in più punti.
Lo vedo muovere le braccia, come se tracciasse un disegno ben preciso con le mani nell’aria.  
La strana luce divampa e si estende tutt'attorno accecando la vista del crudele intruso, costringendolo ad arretrare.
«Padre!» lo chiamo.
Lui volta appena il capo verso di me, mi regala un sorriso.
«Fa' il bravo Inazuma.
Va' con Sarya e non disobbedirle mai.»
«Padre» ripeto, singhiozzando.
Il suo tono di voce mi dice chiaramente che mi sta dicendo addio.
«Vai!»
Il suo grido è prolungato mentre la luce bianca pulsa per poi diffondersi tutta attorno a noi.
Mia sorella mi prende per un braccio e mi trascina via.
L'urlo dell'uomo con l'armatura nera riecheggia per lunghi istanti nelle ampie stanze del palazzo.
Le mura vengono scosse violentemente il pavimento trema sotto di noi, ma la disperazione non ci permette di fermarci.
La mia vista ritorna quando io e Sarya siamo già fuori.
Corriamo verso la foresta che circonda la costruzione solitaria dove sono nato, ci addentriamo nelle sue profondità, nascosti dalla notte.
Sarya si ferma soltanto dopo diversi minuti di corsa.
Deve riprendere fiato e le è doppiamente difficile, sia per l'affanno, sia per i singhiozzi.
Mi abbraccia forte, senza dire una parola.
Preme il mio capo contro il suo petto e mi dondola nel suo abbraccio.
La sua tristezza contagia anche me, che fino a questo momento avevo trattenuto le lacrime.
«Nostro padre è» inizio la frase che completa mia sorella.
«Non c’è più Inazuma.
Non c’è più!»
La sua stretta su di me è ancora più forte, tanto che mi toglie quasi il respiro.
Finora ho sempre percepito la presenza di mio padre.
Non so spiegare come, ma lo sentivo sempre vicino, sapevo che ci fosse, ma adesso non avverto altro che il freddo del vento che ci avvolge nella desolazione.
Le fronde degli alberi stormiscono, mentre il cielo nuvoloso ci minaccia di pioggia con tuono roboante.
«Dobbiamo trovare un riparo Inazuma.»
Nonostante Sarya riprenda a camminare e cerchi di tirarmi a seguirla io rimango immobile.
Una sensazione gelida mi scorre lungo la schiena sotto forma di un brivido.
Anche se non distinguo i suoni e non vedo nessuno, so che c’è qualcuno, qualcuno di molto ostile.
Anche Sarya se ne è accorta, perché ha smesso di tirarmi verso di lei.
Per un istante il vento sembra fermarsi, tutto tace, tranne il rumore di diversi passi sull’erba.
Il bagliore di un lampo illumina per pochi istanti noi e ciò che ci sta intorno.
Siamo attorniati da cinque persone.
Indossano tutti un’armatura nera e acuminata, così pesante da coprire tutte le parti del loro corpo, salvo i visi o parte di essi.
«Valentine dell’Arpia ci ha detto che avremmo presto trovato i figli di Sophos ed eccoli qui» afferma una profonda voce di uomo.
Io mi stringo a mia sorella, la quale mi chiude le braccia attorno.
«Non importa chi siate.
Non vi lascerò alzare un dito sul mio fratellino!»
Il buio si illumina della luce violacea che circonda le sagome dei cinque sconosciuti concedendoci di vedere i loro sorrisi divertiti.
«Non ha senso che ci presentiamo tutti.
Lo farò soltanto io: Giganto della Stella della Terra Violenta e rappresento la fine del vostro lignaggio.»
«Non vi perdonerò mai per quello che avete fatto» grida Sarya, mentre la stessa luce bianca che ha abbracciato nostro padre prende a splendere attorno alla sua sagoma.
Gli occhi di mia sorella si fanno determinati e penetranti, le sue labbra si assottigliano.
Le prime gocce di pioggia bagnano i suoi capelli castani, ma non sembrano turbarla minimamente.
Giganto tende il braccio verso di lei e la indica.
«La luce che ti avvolge e che hai ereditato da tuo padre ti rende un pericolo per il progetto del sommo Ade, signore dell’Oltretomba.
È l’eredità di Atena il Cosmo!
Per questo anche tu seguirai il suo esempio, da brava figlia.»
«Gli Spectre di Ade non riusciranno a piegarci, mai!» replica subito lei.
Una risata fragorosa esce dalla bocca dell’imponente uomo in armatura, che tuttavia si interrompe quando mia sorella gli si scaglia contro con un movimento velocissimo.
Il suo pugno destro si abbatte sul pettorale della voluminosa armatura del suo avversario, ma non ha alcun effetto.
«Cosa?» si chiede, sorpresa e spiazzata.
Il mio cuore si ferma come il respiro mentre Giganto la afferra per il collo e la  solleva da terra.
«Sembra che Sophos ti abbia istruito più che bene, ma non ti servirà quando ti avrò spezzato l’osso del collo.»
Mia sorella morirà se non faccio qualcosa!
Non posso rimanere qui immobile e aspettare che mi portino via anche lei, ma ho paura e sono piccolo, di fronte a quella montagna di metallo e muscoli, con lo sguardo nascosto dall’elmo.
Le mie gambe sono paralizzate, proprio come le braccia.
È forse un incantesimo di questi sconosciuti?
No!
È solo la paura!
Io posso muovermi, ma ho paura!
Le lacrime mi appannano la vista che non smette di fissare mia sorella.
La luce che la circondava è quasi completamente sparita.
Che stia morendo?
Mio padre mi ha parlato spesso dell’energia del Cosmo, del potere benevolo di Atena e del fatto che saremmo dovuti essere pronti a utilizzarlo contro un esercito di malvagi che vuole fare del male al mondo intero, ma io, fino a oggi non l’ho mai visto con i miei occhi.
Non ho idea di come liberare quella forza nascosta, né sono convinto di esserne capace.
Io non sono come Sarya!
«Giganto, ci occupiamo del ragazzino?» chiede uno degli altri quatto.
«No, lasciatelo guardare.
Voglio godermi la sua faccia spaventata ancora un po’.»
«Inazum» mormora appena, volgendo lo sguardo sofferente verso di me.
Mi sta chiedendo aiuto!
Non è mai successo, visto che è stata sempre lei a sostenermi e aiutarmi quando mi mettevo nei guai.
Lei è forte e ha una soluzione a ogni cosa è proprio come mio padre, forte e tenace.
Proprio come lui.
Per questo non voglio.
Non voglio perdere anche lei!
«Lascia andare» finalmente posso parlare.
«Lascia andare mia sorella.
«O?» mi deride Giganto.
«O ti farò a pezzi!»
Non so se riuscirò a mantenere la promessa che ho fatto al mio nemico, ma in questo momento tutta la paura si sta trasformando in rabbia.
Furia che scorre nelle vene, che brilla e si espande illuminando il mio corpo.
Un fulmine illumina di nuovo la foresta che tuttavia non ritorna nel buio subito dopo.
La luce che emana da me si estende per un ampio raggio, per poi riassorbirsi e concentrarsi sui pugni che scaglio contro il petto di Giganto.
«Lasciala andare!» grido, mentre i frantumi dell'armatura dello Spectre schizzano contro il mio viso.
Il colpo subito lo fa arretrare di un passo e  lo costringe a lasciar andare Sarya.
Ma è questione di un attimo, che le sue mani si serrano sul mio busto, catturandomi  in una morsa dalla quale non riesco a liberarmi.
«Cosa hai fatto?!
Come hai osato!?
Hai scheggiato la mia Surplice!
Soltanto per questo meriti di essere smembrato, moccioso!» urla furibondo, mentre serra ancora più forte la sua presa su di me.
Mi toglie la possibilità di respirare.
«Inazuma!» mi chiama Sarya, ma non riesco a rispondere.
Non posso dimenarmi né oppormi.
È davvero finita qui?
Morirò distrutto dalle mani di quest'uomo?
No.
Non lo accetto!
«Occupatevi della ragazza.
Al moccioso ci penso io» ordina Giganto.
«Sarya»
Non voglio che le facciano del male.
Non posso lasciare che succeda.
«Sarya!»
Finalmente riesco a gridare il suo nome.
Una forza immensa si espande dentro e fuori di me, baluginando ancora nella notte, per poi concentrarsi nel pugno destro, che abbatto contro un braccio del mio avversario.
È costretto a lasciarmi perché l'armatura che ricopriva l'arto si è frantumata sotto il mio colpo esattamente come l'osso.
A stento riesco a tirarmi in piedi dopo essere caduto a terra, perché sono stanco, sfinito, come se avessi compiuto uno sforzo immane.
Crollo di nuovo con il volto premuto sull'erba umida.
Due dei cinque Spectre mi raggiungono.
Uno di loro carica un pugno che viene avviluppato da una splendente luce violacea.
«Muori, moccioso una volta per tutte!»
Seguo il braccio che inizia a abbassarsi come una scure, fino a quando Sarya non si pone a difesa del mio corpo con il proprio.
Vorrei gridarle di spostarsi, ma non ne ho il tempo.
Lo strano sibilo di qualcosa che taglia il vento mi toglie il respiro e convince Sarya a stringersi ancora più forte a me.
Il rumore del metallo in frantumi e il lamento di alcuni dei cinque aggressori mi rincuora.
Sento una presenza benevola vicino a noi un grande Cosmo caldo come la luce del sole che abbraccia entrambi con delicatezza.
Lentamente Sarya si solleva e mi aiuta a tirarmi seduto, per poi stringermi tra le braccia.
È in quel momento che riesco a vedere colui che emana tanta forza.
È un uomo avvolto dal bagliore puro di luce dorata.
Indossa un’armatura d’oro che splende nella notte come un raggio di sole.
Dalle spalle spunta una meravigliosa coppia d’ali aperte.
Che sia un messo degli dèi?
«Angelòs di Sagitter» mormora Sarya, rapita dal lento incedere dell’uomo.
Sagitter?
Ho già sentito questo nome dalle labbra di mio padre.
Lui ne parlava come uno dei più grandi guerrieri di ogni tempo un uomo la cui esistenza è sospesa tra mito e realtà.
Non l’avevo mai visto in vita mia, per questo pensavo che fosse soltanto una figura leggendaria un esempio creato per essere seguito, invece ora i miei occhi assistono al prodigio della sua manifestazione.
«Chiedo perdono per il ritardo, Sarya.
Avrei dovuto raggiungerti prima o perlomeno era questo che avevo garantito a tuo padre.» suona armoniosa la sua voce.
Ora che è vicino riesco a vedere quanto sia giovane e umano.
Non avrà più dell’età di mia sorella, diciotto anni.
Il suo viso è carico  di tristezza e i suoi occhi verdi come smeraldi si sono lucidati di lacrime.
È triste proprio come me e come mia sorella.
Prova sentimenti esattamente come noi.
«Il cammino che ho dovuto intraprendere è costellato da questi spergiuri!»
L’ira infiamma ora lo sguardo di Sagitter, che tende il braccio sinistro verso ciò che rimane del manipolo oscuro che ci ha attaccato.
Solo ora noto lo splendente arco dorato stretto nella presa salda del guerriero.
Seguo i suoi movimenti mentre incocca la freccia dello stesso materiale dell’armatura.
«Il mondo dei vivi non è luogo per voi, Spectre!»
La freccia impiega qualche secondo per ricoprirsi della luce splendente che emana dal corpo dell’arciere e in questo lasso di tempo, gli Spectre inveiscono contro il nostro salvatore.
«È tutto inutile Angelòs di Sagitter!
Atena non riuscirà a salvarvi, stavolta!
Le dita allentano la presa sull’impennaggio.
Il dardo è scoccato.
L’impatto con i bersagli è distruttivo.
La luce accumulata si rilascia in una potente onda d’urto.
Angelòs è lesto a proteggere sia me che mia sorella, facendo da scudo al suo stesso colpo, capace di sconvolgere la foresta intera, cancellando una sua vasta porzione.
Solo quando il silenzio scende attorno a noi Angelòs si allontana e aiuta Sarya e me ad alzarci.
Si sofferma a guardare gli occhi di mia sorella a lungo, come se solo con quello sguardo volesse dirle chissà quale verità.
È chiaro che si conoscano molto bene anche se non ne sapevo niente.
Sposto gli occhi spaventati sulla devastazione che è stata capace di portare una e una sola freccia.
Il palazzo in cui sono cresciuto è ancora in piedi, solo, spogliato dagli alberi che lo circondavano, lesionato dalla potenza del dardo di Angelòs.
Mi volto verso Sagitter e indico l’arco che ancora stringe tra le dita.
«Come hai fatto?»
«Chiedo scusa…ma non ho saputo controllare il mio Cosmo che è esploso assieme alla rabbia e alla tristezza.»
Abbassa il capo, tanto che i folti capelli castani scivolano in parte a coprire lo sguardo.
«Sophos era molto importante anche per me.
Avevo giurato sul mio onore che assieme avremmo combattuto le ombre che tentano di toglierci questo mondo»
«Nobile Angelòs, nessuno poteva sapere che proprio l’esercito del terribile Rhadamante muovesse contro di noi.
Non è vostra la colpa» cerca di rassicurarlo Sarya anche se la sua voce trema su un singhiozzo che non riesce a trattenere e che presto si trasforma in pianto.
Angelòs solleva lo sguardo su di lei e posa una mano sulla sua spalla, risale fino al suo viso e asciuga il rivolo cristallino di una lacrima.
«Non cercare di consolare me, Sarya.
Questo è anche per te il tempo delle lacrime e del lutto.
Piangi la tua tristezza, grida il tuo dolore.
Solo così potrai ricominciare a costruire ciò che la morte ha distrutto.»
Il guerriero dorato si allontana da mia sorella, dopo averle regalato un’altra carezza al viso e mi raggiunge.
Posa una delle sue ampie mani sul mio capo mentre mi rivolge uno sguardo affranto.
«Quanti anni hai, Inazuma, figlio di Sophos?»
La sua domanda a bruciapelo mi spiazza, mi astrae completamente dal tumulto di pensieri con cui ho fatto i conti finora.
«Dodici.
Perché questa domanda?»
«Dodici, proprio come lui»
Mi dedica un sorriso appena accennato e spettina i miei capelli già confusi e scarmigliati, dopodiché compie altri passi verso la devastazione in cui ha trasformato la foresta.
La luna ormai libera dalle nubi illumina con i suoi raggi argentei i tronchi spezzati degli alberi e la pietra nuda, in parte polverizzata.
«Non potete rimanere qui.
Il monte Eta non è più un luogo sicuro.»
«Che luogo può essere sicuro?
Loro sono ovunque» protesta Sarya.
«C’è un luogo sicuro, un posto dove tutti i guerrieri che hanno ricevuto il dono del Cosmo dalla dea si stanno riunendo.
Esattamente come Ade anche Atena sta radunando il suo esercito.
Anche io vengo da lì, come ti dissi l’ultima volta che ci incontrammo, Sarya.
Il Grande Tempio di Atene aspetta anche voi.»
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A un passo dal ban
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Joined: 19 Jan 2017
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Location: Urzulei, Sardegna

PostPosted: Tue Jul 18, 2017 17:32 pm    Post subject: Reply with quote

Buon capitolo, con l'apparizione del primo gold saint di questa storia.
Angelos di Sagitter sembra molto forte, aspettiamo il continuo per confrontarlo con Aiolos, Sisifo e Gestalt (per la forza).
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TheHellion



Joined: 29 May 2017
Posts: 28



PostPosted: Tue Aug 01, 2017 23:55 pm    Post subject: Reply with quote

Capitolo 3
Ecate

Il sole cocente è il nemico naturale della mia carnagione pallida.
Camminiamo a rilento lungo la via sterrata che tortuosa si snoda tra i piccoli villaggi fuori dalla Polis.
Castore ha smesso la sua armatura che ha assicurato all'interno di uno scrigno dorato finemente decorato con un bassorilievo sulla faccia che posso vedere.
Raffigura due bambini identici con lo sguardo rivolto verso chi osserva.
Non ho idea di come un corpo umano possa sollevare un peso simile e portarselo dietro per una traversata sotto il sole.
Mi piacerebbe chiederglielo, ma non mi parla da quando abbiamo lasciato il tempio di Ares in rovina.  
La sua espressione è poco diversa da quella di una statua di marmo e mi dissuade da iniziare qualsiasi discorso.
Mi sono lasciata alle spalle il mantello logoro e le fasce che mi coprivano i polsi.
Non c'è più niente a coprire la mezzaluna del traditore.
Ora sta fiera lì a macchiarmi il braccio.
Non so perché ma ho smesso di vergognarmene.
«Ci fermeremo alla prossima locanda.»
«Già stanco?» chiedo con un sorriso esausto.
«Sei tu quella a cui tremano le gambe.
Respiri a fatica.
Si vede che non sopporti la calura della mattinata inoltrata.»
Tutta la mia buona predisposizione verso Castore sfuma sempre appena inizia a parlare.
«Mi stai dando della debole inetta?» chiedo, risentita.
«Debole, ma non inetta.»
Faccio schioccare la lingua contro il palato e tiro un profondo sospiro. Castore ha ragione.
Mi gira la testa e faccio fatica a proseguire.
Non mi dispiace che abbia previsto una pausa, ma di certo non ammetterò a voce di essere già arrivata al limite.
Il sudore mi bagna la fronte e appesantisce i capelli contro di essa.
Li tiro indietro con entrambe le mani.
Il mio tocco è bruciante e contribuisce a rendermi la situazione ancora più insopportabile.
«Avrei preferito incontrarti in inverno.»
Con quella frase gli strappo un sorriso anche se debole.
«Io odio l'inverno» mi risponde.
«Non mi piace la neve il freddo.
Gli alberi spogli e la natura ghiacciata danno l'idea di un paesaggio morto.»
Io ho sempre amato l'inverno invece.
Mi piace il silenzio, la desolazione il freddo.
I rami spogli mi hanno ispirato le più profonde riflessioni.
Castore si ferma all'ombra di un albero dal tronco contorto.
Appoggia a terra lo scrigno d'oro e si siede a fianco ad esso, puntando le spalle contro la ruvida corteccia.
Chiude gli occhi per qualche istante che utilizza per inspirare profondamente l'aria odorosa di campagna.
«Approfitta della mia pietà» afferma lasciandomi di stucco.
«Come no?
La tua pietà!» commento urtata, con un sorrisetto sconcertato.
Umetto le labbra per quel poco che posso: ho la bocca riarsa dalla sete.
«Ammetti di essere sfinito invece di dare la responsabilità a me.»
«Non sono sfinito.
Potrei arrivare ad Atene in un baleno se solo non avessi una lamentosa palla al piede.»
«Ah sì?
Bene allora!
Alzati e schizza verso Atene come un lampo impazzito!
Io ti seguirò con i miei tempi!
Mi fermerò a mangiare a bere e a levarmi questo schifoso sudore di dosso!»
Afferro i lembi della casacca intrisa di sudore e la scuoto nervosamente.
«Odio viaggiare a piedi!
Se mi fosse piaciuto marciare, mi sarei unita all'esercito di Sparta!»
Inizia a ridere sommessamente, per poi concedersi di sghignazzare senza trattenersi.
«Lo vedi?
Sei tu quella che è stanca e si lamenta.
Tuttavia, permettimi di dire che come fante di Sparta saresti un vero spettacolo.
Ti immagino già con corazza ed elmetto armata di lancia, mentre gridi come una selvaggia contro il nemico.»
Rimango in silenzio a fissarlo, disarmata.
Continua a prendermi in giro in tutta serietà.
Parla come se credesse davvero in ciò che dice e questo mi fa ridere.
«Mi stai prendendo in giro!»
«No assolutamente.
Stavo soltanto figurando un tuo eventuale arruolamento tra le fila di quei selvaggi.
Ho avuto modo di conoscere uno di loro e devo ancora comprendere il suo modo di pensare.»
«Uno spartano?
È un Cavaliere anche lui?»
«Sì. Un Cavaliere d'Oro. Un ottimo guerriero ma un uomo enigmatico, taciturno, insomma, tutto il contrario di te. Pensavo che fossi una donna silenziosa, metodica e dal sangue molto freddo, ma mi sbagliavo. Meglio così.»
Quel "meglio così" mi strappa un sorriso.
«I tuoi complimenti sono molto anticonvenzionali.»
«Complimenti?
Non ne faccio.
Le mie sono pure e semplici constatazioni.»
Il rumore degli zoccoli e delle ruote di un carro che segnano la strada polverosa interrompe il nostro discorso.
C'è un uomo alla guida del mezzo malconcio e al suo fianco siede una donna incappucciata, vestita pesantemente di nero.
È ancora abbastanza lontano dalla nostra posizione, ma si ferma quando ci raggiunge.
«Signori, dove siete diretti?» ci chiede.
È anziano, vestito di abiti logori, ma il suo sorriso umile e sincero è rassicurante.
«Al villaggio poco distante da qui» risponde Castore alzandosi in piedi.
«Voi siete» si lascia sfuggire, quando Castore si avvicina al carro.
«Castore, Cavaliere dei Gemelli» completa lui la frase.
«Sembrerò scortese, buon uomo, ma ho un favore da chiedervi.»
L'anziano sbatte le ciglia un paio di volte, sorpreso.
«C'è un posto per me e la mia apprendista sul vostro carro?»
«Voi e la vostra apprendista?
Sul mio carro, nobile Castore?
Il mio carro è solo quello di un contadino.
Dovrete sistemarvi tra le otri di vino e non credo sia adatto alla vostra nobile persona.»
Il vecchio non fa in tempo a parlare che Castore è già salito sul carro portandosi dietro lo scrigno dorato e sta tendendo la mano destra verso di me.
«Sarà come il carro di Febo per me.
Non preoccupatevi, buon uomo.»
Sotto lo sguardo sconcertato del carrettiere salgo sul carro anche io e vado a sedermi tra le otri.
Ho un bisogno esagerato di riposarmi.
«Siete sicuro?» chiede lo sconosciuto.
«Certo come non sono mai stato.»
«Allora sarà un immenso piacere offrirvi un servigio.
Vi porterò al villaggio in un baleno!»
Sollevo un sopracciglio e rivolgo un'occhiata complice a Castore.
Tutti e due pensiamo che il vecchio ronzino non si sposterà alla velocità del tuono.
Lo schiocco della frusta fa muovere i primi passi all'animale.
È lento e affaticato ancor più di prima.
«Perdonatemi la scortesia, nobile Castore.
Non mi sono presentato!
Sono Menelao un contadino del villaggio di Klesos e questa è mia figlia Callisto.
Mi scuso per lei, ma non può mostrare il viso a nessuno.»
«Come mai?» chiedo.
«Il suo è un voto» mi risponde.
Io e Castore ci scambiamo una fugace occhiata.
Cala il silenzio tra noi finché il mio compagno di viaggio non porta il discorso su altri lidi.
«Ho lasciato queste terre in pace dopo una lunga invasione di traci.
Spero che quei barbari non siano tornati.»
Lo fisso intensamente con le sopracciglia aggrottate.
Vorrei ringraziarlo per il complimento che ha fatto ai miei simili, ma il lungo sospiro del vecchio mi dissuade dal farlo.
«I traci sono stati un piccolo imprevisto vicino a ciò che sta succedendo ora. La morte è giunta feroce a reclamare le vite di molti di noi attraverso uno strano morbo che svilisce il corpo senza lasciare segni fino a privarlo del soffio vitale.»
«Un'epidemia?» chiedo, balzando in piedi.
Durante il mio sacerdozio al tempio di Ares ho visto morire decine di donne per colpa di una malattia aggressiva che toglieva loro il respiro.
Ho già sentito il peso dell'impotenza che comporta il non potersi difendere da un nemico impalpabile.
«Non è esattamente un'epidemia.
Essa può essere placata»
L'anziano contadino rivolge una lunga occhiata alla donna incappucciata.
«Mia figlia è l'unica a poterlo fare.»
«Una fanciulla sola contro una malattia letale?
Dove sono finiti gli uomini di Klesos?
La loro dignità è forse perita con la paura?»
La domanda di Castore sembra più che altro un rimprovero.
«Nobile Castore noi non abbiamo altra scelta.
Nemmeno un impavido Cavaliere di Atena come voi potrebbe»
«Fatemi provare, spiegandomi ogni cosa.»
Chiudo gli occhi e tiro un profondo respiro.
A detta di Castore abbiamo fretta di raggiungere Atene e lui non fa altro che rallentare la marcia offrendo i suoi servigi anche a questo straccione. Non credo che un villaggio sperduto come Klesos sia determinante in tutto il tumulto che sta sconvolgendo il mondo.
Perché soffermarci?
«Nobile Castore» dice il vecchio, con un sorriso timido appena visibile sulle labbra.
Ormai è sicuro che otterrà l’aiuto che finora si è vergognato a chiedere.
Non so perché ma questo dettaglio mi infastidisce.
«Non provate a dissuadermi.
Io sono un Cavaliere e il mio compito è quello di liberare gli oppressi.
Solo così posso guardare in faccia la dea senza vergognarmi della mia negligenza.»
La sua risposta mi lascia senza parole e senza fiato.
La determinazione con cui si è espresso ha gelato le mie intenzioni.
Anche se io non capisco come faccia a essere così convinto, lo ammiro. Pensavo che questo tipo di eroi esistessero solo nei racconti degli aedi, ma a quanto pare la realtà ha di gran lunga superato l'immaginazione con lui. Vorrei considerarlo un idealista un ingenuo incurabile, ma è come se i suoi principi così cristallini e chiari mettessero a nudo la limitatezza del mio pensiero.
Brilla di una luce accecante che avvolge il buio del mio opportunismo e la cecità del mio cammino senza meta.
Arriviamo a Klesos quando il sole sta già percorrendo la sua parabola discendente.
È meno cocente anche se il terreno polveroso emana il calore accumulato e rende l'aria irrespirabile.
L'erba è stata seccata, quasi riarsa dalla calura e fruscia sotto i nostri passi come foglie secche.
Callisto ci invita ad entrare all'interno di una piccola casa dalle mura bianche.
L'arredo è rozzo e minimale, ma c'è un'atmosfera accogliente che ci avvolge.
Il vecchio Menelao si ferma sull'uscio e rivolge un'occhiata nostalgica ai meravigliosi tralci della vite che cresce attorno alla sua casa.
Callisto mi porge una coppa di acqua fresca e io non esito a bere, spegnendo l'arsura che mi ha bruciato la gola finora.
Anche Castore fa lo stesso, sebbene in maniera più pacata.
«Ora che siamo al sicuro tra le mura di casa vostra, smettiamola con le chiacchiere da taverna e andiamo al dunque.
Che cosa dovrebbe fare vostra figlia per placare l'epidemia?»
«Discendere negli Inferi.»
Io e Castore ci fissiamo sconcerti.
Questa volta anche lui ha le labbra schiuse a causa della sorpresa.
«Cosa?» chiede.
«Sono nata con un destino particolare» risponde la ragazza accarezzando le spalle del padre, che scosso da un singhiozzo, decide di rimanere in silenzio.
«Prima della mia nascita il Dio della Morte, Thanatos annunciò a mio padre e a mia madre che avrebbero dato alla luce la reincarnazione vivente della dea Persefone, la sposa di Ade uccisa da una macchinazione di Ares.»
I miei occhi saettano dal viso di Callisto a quello di Castore.
«Quando venni al mondo, Thanatos tolse la vita a mia madre in modo da proibire che si verificasse lo stesso contenzioso che ci fu ai tempi del mito tra Ade e Demetra, la genitrice di Persefone, e fece giurare a mio padre che al mio sedicesimo anno di età egli mi avrebbe consegnato ad Ade.
Il signore dell’Oltretomba sarebbe venuto a prendermi con la sua quadriglia trainata da cavalli neri come la notte nel bosco non lontano da qui dove è eretto un vecchio santuario in rovina a lui dedicato.
Nel regno dei morti non avrei conosciuto lo scorrere del tempo o il tocco aspro della vecchiaia, ma sarei sempre rimasta separata per sempre dalla luce del sole.»
La ragazza si china a dare un leggero bacio sulla guancia del padre.
«Mio padre mi salvò.
Non mi portò mai in quel tempio e per atroce vendetta il dio Thanatos iniziò ad uccidere gli uomini e le donne di Klesos.
Più volte si presentò a noi intimandoci di adempiere al patto, ma finora mio padre si è sempre rifiutato.
Sono passati due anni dal mio sedicesimo compleanno e la popolazione di Klesos si è dimezzata.
Gli anziani non credono al motivo di questa moria, per questo pregano ogni giorno per l'intervento di Atena e della sua giustizia.
Sono ignari e uno dopo l'altro periscono per colpa mia.
Non posso più accettarlo e anche se questo distruggerà mio padre, la persona che più amo al mondo, stasera stessa io discenderò negli inferi.»
Gli occhi scuri di Callisto si velano di lacrime che evadono dagli occhi non appena lei sorride.
«Ho dato un ultimo saluto al sole e alla città.
Sono pronta a lasciarmi tutto alle spalle.»
«Non succederà» sentenzia Castore.
Il suo tono di voce è deciso, ma suona strano, quasi beffardo.
Lo scruto con attenzione e vedo un mezzo sorriso fiorirgli sulle labbra.
Non capisco.
«Questo scambio non avverrà.»
Guardo Castore perplessa, mente le parole di Ares risuonano nei miei ricordi.
Lui non sta aspettando altro che il confronto con Ade.
«Che cosa?» chiede interdetta Callisto.
«Datemi la possibilità di riposare e rifocillarmi.
Stasera vi accompagnerò al tempio e lì chiuderò la faccenda.»
Menelao e Callisto ci offrono un buon pasto e un posto in cui dormire.
Castore riposa nella stanza del vecchio, mentre io in una piccola anticamera adiacente a essa.
La preoccupazione mi rende inquieta.
Il mio corpo ricorda la potenza inaudita del Cosmo di Ares e non posso fare a meno di pensare che quello di Ade lo eguagli e forse lo superi.
Se Castore si opponesse a lui, quante probabilità ci sarebbero di vederlo tornare?
Lo conosco da poco eppure non accetto che finisca tutto qui in questo sperduto angolo di Grecia.
Mi giro e mi rigiro sullo scomodo giaciglio, finché una forte nausea non mi costringe ad alzarmi.
Provo a trattenere i conati di vomito, ma non ci riesco.
Sono intontita e percepisco i rumori ovattati.
Le mie membra sono intorpidite almeno fino a quando non rimetto un'altra volta.
Odo il rumore di passi provenire dalla stanza accanto.
Barcollo fino a raggiungere il giaciglio di Castore.
Callisto è seduta al suo fianco e senza nemmeno voltarsi verso di me canticchia una vecchia canzone, simile a una nenia.
Ricordo quelle note: fanno parte di un antro lontanissimo della mia memoria relegato all’infanzia.
Il suo capo è scoperto e sulla fronte spicca una stella a sei punte, tracciata sulla pelle da una luce violacea.
La sua mano destra è sospesa sulle labbra di Castore e su di esse lascia scivolare una polvere  dorata.
«Sei già sveglia?» mi chiede, con un sorriso divertito sulle labbra.
«Allontanati da lui!» ringhio a denti stretti.
«Dovevo immaginarlo che con te non funzionassero i veleni né i sonniferi Ecate di Tracia.
Mi dispiace che al contrario del Cavaliere di Gemini tu non possa assaporare una morte dolce.
Eppure avevo preparato tutto per te.
Significa che dovrò ucciderti in modo barbaro.»
Ho già visto questa donna, mi ricordo i suoi lineamenti eppure non riesco a ricondurre il suo volto a un nome.
La penombra della stanza nasconde un'arma metallica che tintinna non appena il braccio destro di Callisto affonda nell'ombra.
Si alza in piedi.
I lunghi capelli neri e lisci scendono ordinati fino alle sue cosce.
La fiamma spenta del braciere torna ad ardere illuminando il grosso tridente nero che lei stringe nella mano sinistra, mentre io sollevo un angolo della bocca in un sorriso sghembo.
«Credi di impressionarmi con quel coso?
Non temo nessuna arma.»
Sollevo il braccio destro sopra il capo.
Chiudo appena le dita e lascio che le mie unghie si trasformino in artigli.
Le carico del potere del mio Cosmo che muta di colore e dal bianco assume un colorito violaceo.
«Ti taglierò in due prima che tu possa anche solo torcerci un capello!»
Scatto verso di lei con un balzo e traccio un fendente verticale con le mie unghie, ma non colpisco altro che il tessuto dell'abito nero di Callisto.
I suoi spostamenti sono rapidi anche se non come quelli di Castore, quello che le basta per raggiungere le mie spalle.
Mi volto in fretta e paro l'affondo del tridente con il braccio destro.
Le tre lame trafiggono la carne, la trapassano e si fermano a pochi centimetri dal mio viso.
«No» mi lascio scappare dalle labbra oltre a un lamento.
Callisto prova ad estrarre l'arma dalla mia carne, ma io glielo proibisco, serrando la mano libera sull'impugnatura nera.
«Lascia andare il tridente!» mi intima lei.
«No nemmeno da morta!»
Una scarica bruciante di energia percorre le lame e mi rendono insopportabile il dolore, costringendomi a gridare.
Anche se la mia stretta si allenta, non si scioglie del tutto.
Il braciere si spegne di colpo, catapultandoci nel buio della notte.
Odo soltanto i nostri respiri per qualche istante, mentre inizio a percepire l'espandersi di un Cosmo mostruoso.
L'ho già avvertito, lo conosco e anche se non mi è ostile mi atterrisce.
Il braciere si riaccende con una fiamma violacea che diffonde una luce sinistra in tutta la stanza.
Il giaciglio ora è vuoto.
Callisto riesce a liberare il tridente e ferisce anche le dita della mano con cui lo trattenevo.
Vedo il suo viso contorto da un'espressione preoccupata.
«Dove sei?» chiede con un grido agitando il tridente.
I suoi occhi si posano su di me e subito dopo mi rivolge contro le lame lucenti.
«Facciamo così, Gemini.
Palesati o Ecate di Tracia morrà trafitta.
È inerme indifesa e si dia il caso che è anche il mio obiettivo.»
«Se è morire ciò che ti preme ebbene mi farò palese.
Spero solo che tu non ti penta» riecheggia la voce di Castore da ogni direzione, come se si trovasse in più punti attorno a noi.
Lo vedo, si trova alle spalle di lei, ma Callisto sembra non accorgersene. Continua a guardarsi intorno con gli occhi sgranati.
«Com'è possibile che tu sia dappertutto?
È un'illusione!»
La vedo menare colpi a vanvera ogni volta sempre più aggressivi.
Le tre lame sono illuminate da scariche violacee che Callisto rilascia a ogni impatto, lacerando il muro che ci separa dall'esterno fino ad abbatterlo.
«Ti troverò e ti strapperò il cuore dal petto!
Non hai idea di chi ti stai prendendo gioco!»
«L'importante è esserne convinti, Callisto o chiunque tu sia.
Pensavi davvero che avessi creduto alla storiellina strappalacrime che tu e quel vecchio imbroglione ci avete raccontato?» afferma Castore divertito, mentre lentamente si avvicina a me ignorando la donna confusa.  
«So che il tempismo non è perfetto» mi dice sottovoce.
«È solo un graffio» minimizzo.
  Le mani di Castore premono sulla mia schiena e mi obbligano ad abbassarmi. Un istante, uno solo, e il tridente di Callisto si abbatte sulla parete vicina a noi, distruggendola.
«Non è uno sciocco trucco a potermi ingannare a lungo» afferma Callisto, mentre insieme ci solleviamo impolverati dal muro ridotto in briciole. Castore scompare dal mio fianco, scattando verso di lei a una velocità che non riesco a seguire.
Lo vedo immobilizzarsi a poca distanza da Callisto.
Il pugno caricato dal suo Cosmo dorato dista pochi centimetri dal capo della donna.
Callisto tende un braccio in direzione del suo tridente che, come afferrato da dita invisibili, raggiunge la sua mano.
«Che pessimi ospiti.
Mi hanno distrutto casa» commenta la voce di Menelao, sorprendendo tanto me quanto Castore immobilizzato nella sua posa di attacco.
Spostiamo lo sguardo sulla sagoma dell'anziano che raggiunge il fianco di Callisto.
La vediamo contorcersi e modificarsi allungarsi e ampliarsi, mutando in quella di un uomo molto più alto di Castore, vestito da una splendente armatura nera.
È giovane, bello, di una bellezza ultraterrena.
Il suo Cosmo violaceo è ampio, soverchiante e brillante e illumina i capelli argentei, lucidi come se fossero di cristallo.
I suoi occhi non hanno pupille e l'iride d'argento riflette la luce in una tonalità affascinante e allo stesso tempo letale.
Il coprispalle dell'armatura è voluminoso e si prolunga in una splendida coppia di ali lucide e nere come la notte.
Non è un essere umano.
No, non lo è.
«Thanatos» mormora Castore, cercando di liberarsi dalla paralisi.
«Incredibile che tu mi abbia riconosciuto.
Ma certo è vero quello che dicono: sei la reincarnazione di un dio e hai i suoi ricordi.
Stavo per ricredermi quando ti ho incontrato.
Sei stato così ingenuo che mi hai quasi fatto una gran tenerezza. L'impavido Cavaliere che difende gli oppressi!
Quanto sei caduto in basso Ares?»
«Io non sono un ingenuo.
Avevo capito che qualcosa si nascondeva dietro tanta gentilezza.
Ho avvertito uno strano Cosmo ma non pensavo che fossi tu.
E poi ricorda: io non sono Ares!» afferma Castore, mentre con uno sforzo titanico abbassa il braccio e riprende la postura eretta.
Il suo Cosmo dorato lo abbraccia e si espande.
«Io sono Castore, Cavaliere d'Oro dei Gemelli e non temo nemmeno il Dio della Morte.»
«Porta rispetto al sommo Thanatos!»
Callisto rivolge il tridente verso Castore.
Dalle sue lame partono le scariche violacee che tentano di stringersi attorno al corpo del guerriero dorato, ma senza successo.
«Io rispetto soltanto la dea Atena.
Non riconosco questo assassino come una divinità.»
L'espressione divertita di Thanatos cambia radicalmente in una smorfia di disgusto.
«Come osi, misero verme?»
«Oso perché ho visto come hai ridotto questo luogo oso perché i miei pugni gridano la sete di vendetta delle vite spezzate da te.»
«Se il sommo Ade non me lo avesse proibito, ti avrei già fatto a pezzi, come suggeriva Pandora.»
«Pandora?» balbetto io, sconcertata.
«Quella è Pandora?» grido.
Un ricordo balena nella mia mente: risale a oltre quindici anni fa.
Era una giornata calda come questa.
Vivevamo nelle rovine della nostra umile casa.
Sopravvivevamo grazie alla gentilezza delle donne della casa di tolleranza adiacente alle mura del nostro rifugio.
Eravamo sole contro il mondo io e lei, preparate a non separarci mai.
La notte aveva già fagocitato il giorno e le nubi coprivano il firmamento stellato.
Mia sorella Calypso era accanto a me, stanca, quasi addormentata.
Io le accarezzavo i capelli in modo da farle conciliare il sonno.
Entrambe sentimmo uno strano canto.
Certo, quella canzone!
Sì!
Quella che questa donna cantava a Castore addormentato!
Mentre io ero confinata a letto da un torpore che mi immobilizzava le membra, mia sorella si alzò in piedi, come se fosse ipnotizzata da quella melodia.
I suoi lunghi capelli neri e ricci danzavano nell'aria alla dolce carezza della brezza della sera.
La vidi uscire e fermarsi di fronte alla figura di una ragazzina.
Quest'ultima era piccola, vestita da un bellissimo abito nero.
Sicuramente era la figlia di una famiglia ricca.
Che faceva nel quartiere popolare?
Emanava un'energia oscura che mi toglieva il respiro.
"Il mio nome è Pandora" le sentii dire e la vidi porgere un anello nero, splendente come le pietre degli inferi a Calypso.
Lei, senza espressione, persa in chissà quale ricordo, lo indossò e dopo avermi rivolto un'occhiata triste, sparì dalla mia vista, scivolando nel buio in compagnia della misteriosa Pandora.
Da allora non la rividi mai più.
«Pandora!» grido ancora più forte e, mossa da una furia cieca rinata dal ricordo, scatto contro di lei con gli artigli estratti e caricati di energia.
La mia corsa viene interrotta bruscamente da una forza mostruosa che non solo mi immobilizza ma mi schiaccia a terra.
Anche Castore cede al peso della pressione, ma oppone resistenza e rimane in piedi anche se con le ginocchia piegate.
È il potere di Thanatos il potere di un Dio.
«Gli esseri umani devono fare soltanto una cosa di fronte a lui: inginocchiarsi» spiega Pandora, con un ghigno fastidioso sulle labbra.
«Dove l'hai portata?
Dove hai portato Calypso?» le chiedo, disperata.
«In un luogo sicuro» risponde, rilassando l'espressione.
Sposto lo sguardo dai suoi agli occhi argentei di Thanatos.
Lui non mi presta attenzione, non la presta a nessuno di noi due, ma si intromette nel discorso.
«Davvero mi addolora di non poter concludere questo incontro togliendovi la vita, ma è Ade a decidere.
Siete suoi, danzate sul suo palmo, non sul mio.
Il mio compito è solo quello di portarvi un messaggio dall'imperatore degli inferi.»
Thanatos distende un braccio e compie un giro completo su se stesso. Centinaia di piccole fiamme violacee si accendono attorno a noi illuminando lo spettacolo turpe di una campagna morta.
La vite è secca, gli alberi spogli e raggrinziti.
Il verde che ci ha accolto quando siamo arrivati non era nient'altro che un'illusione.
«Ammirate ciò che rimane al passaggio del nostro signore su queste terre, lo spettacolo della pace e del silenzio, della morte.»
Cadaveri e carcasse di animali tappezzano il terreno macchiato dal sangue rappreso.
L'odore della decomposizione è fortissimo.
«Pace?
Questa è forse la vostra pace?» lo sfida Castore, distendendo le gambe a fatica.
«Noi uomini non la accetteremo mai!»
Alza un braccio in un movimento lento e chiude il pugno.
Fa lo stesso con l'altro, subito dopo.
Il Cosmo dorato torna ad avvolgerlo.
«E invece lo farete» afferma pacato il Dio della Morte, mentre posa le dita su uno dei pugni chiusi di Castore.
«Perché lentamente la morte divorerà la vita del mondo intero.
In tutte le terre conosciute e non si verifica quello che state vedendo, mano a mano che il Cosmo di Ade si diffonde e si fa più potente.
Atena è debole adesso al contrario di noi che diventiamo sempre più forti. Ora ascolta bene, Cavaliere d'Oro.»
Thanatos stringe le dita sul pugno di Castore, strappandogli un lamento.
«Tra tre anni il sole si oscurerà per sempre.
La vita avvizzirà e il mondo sarà un...»
«Cimitero a cielo aperto...» Castore completa la frase con un ghigno sulle labbra.
Alcune ciocche dei suoi capelli stanno cambiando colore.
«I vostri sogni non sono cambiati nel corso del tempo e mi hanno sempre fatto ridere»
«Come se non fosse abbastanza ridicolo un dio che si reincarna in un fragile umano, no Ares?»
La risata di Castore sorprende Thanatos e dopo qualche istante suscita un moto di rabbia in lui.
La sua ampia mano si chiude con più forza su quella del Cavaliere d'Oro, tanto che il prezioso metallo che ricopre il dorso si incrina per poi frantumarsi.
Corposi rivoli di sangue scorrono sulle dita e sul braccio ancora armato.
«Smettila di ridermi in faccia!» ringhia il Dio della Morte.
«E cosa dovrei fare?
Riverirti?
Sei soltanto un misero schiavo un dio così inetto che per paura del potere maggiore di Ade ha deciso di chinare il capo e baciargli i piedi.
Che si dica che sono un povero stolto, ma mai si potrà chiamare Ares indignitoso ruffiano.»
«Ancora un insulto e ti farò a pezzi uomo!»
«E poi che cosa riporterai al tuo padrone, che il suo cagnolino ha tradito la sua fedeltà?»
Castore articola la sua voce profonda in un grido di dolore, prima di cadere in ginocchio.
La sua mano è ancora stretta tra le dita di Thanatos.
Il dio costringe l'arto a compiere un movimento irregolare a torcersi fino a quando il rumore dell'osso rotto non intervalla i lamenti del Cavaliere.
«Lascialo andare» dico piano, con la voce che trema dalla paura come il resto del mio corpo.
Perché negarlo?
Io ho paura.
Se Castore, no Ares, sta subendo la potenza inaudita di Thanatos, che cosa posso fare io?
Assolutamente niente.
«Che cosa hai detto?» mi chiede Pandora, sfiorando i miei capelli con la punta del tridente.
«Voglio che lo lasci andare.»
Non replica alle mie parole.
Con un movimento grazioso e pacato si inginocchia di fronte a me.
«Non sei in condizione di volere nulla.»
Il Dio della Morte compie un mezzo giro attorno a Castore.
Si ferma al suo fianco e dopo aver posato il piede sulla sua gamba destra all'altezza del ginocchio, preme con forza, fino a distruggere il gambale dell'armatura d'oro.
Pandora ride al prolungato grido del Cavaliere dei Gemelli, prima di alzarsi in piedi e sistemare i capelli con un gesto rapido della mano.
La sua espressione muta e da vagamente divertita si vela di preoccupazione.
Smetto di prestarle attenzione e prendo a strisciare a terra verso Castore di cui non sento che il respiro affannoso.
I suoi capelli sono tornati ad essere blu.
«Scena a dir poco commovente, donna» commenta Thanatos.
«Gli umani che strisciano sono quelli che hanno capito il loro posto alla perfezione.»
Lo ignoro e continuo ad avanzare finché non raggiungo Castore.
Poso la mano sinistra sulla sua spalla.
«Castore» mormoro con un filo di voce, rotta da un pianto che non vorrei.
Un nuovo immenso Cosmo si aggiunge a quello già invalicabile di Thanatos un potere della stessa natura, soltanto ancora più schiacciante.
Sollevo appena lo sguardo e mi trovo a guardare un altro uomo altissimo.
Il suo viso è identico a quello del Dio della Morte, soltanto che è oro il colore dei suoi occhi e dei suoi capelli.
L'armatura che indossa è finemente decorata da parti dorate e sulla schiena non ci sono ali, ma le piume metalliche di una grande coda di pavone poste a raggiera.
La sua espressione rimarca un controllato disgusto.
«Thanatos, che cosa significa tutto questo?» tuona il nuovo arrivato.
«Dovevi portare un messaggio senza alzare un dito sui Cavalieri di Atena. Sai quali sono le disposizioni del sommo Ade.
Solo gli Spectre possono sporcarsi le mani di sangue mortale.
E poi questi non sono che pedine.
Se proprio devi infrangere una regola aspetta di avere Atena come preda. Sei davanti a una donna insulsa e un uomo che non riesce nemmeno a vincere il suo dissidio interiore.»
«Smettila, Hypnos» lo interrompe il Dio della Morte.
«Non sono stato io a organizzare tutto, ma Pandora.»
«Il tuo modo di mascherare i tuoi errori è imbarazzante.
Ringraziami, piuttosto, per averti salvato da te stesso, fratello.
Il giudizio di Ade per chi disobbedisce non è mai indulgente.»
Hypnos il Dio del Sonno.
Conosco bene le sue origini anche se mai avrei pensato di guardarlo negli occhi.
Egli domina il riposo ed è padre dei quattro dei del sogno.
La mente dell'uomo non ha segreti per lui.
Al contrario di Thanatos, non trasmette ira, né odio.
«Spero che mio fratello vi abbia informato di ciò che è il perfetto disegno del sommo Ade oltre che a ridurvi in questo stato pietoso.
Vi saremmo grati se in qualche modo, riuscirete a portare la lieta novella alla vostra dea.
Immagino che in quelle condizioni non vi sarà semplice, ma confido nella resistenza dei ratti mortali.»
«Atena sa già che deve fare solo una cosa: schiacciare Ade, proprio come si fa con un serpente, perciò lo farà» replica Castore.
«E come, mortale?» chiede Hypnos.
«Il suo esercito è imbarazzante, visto che tu sei uno dei più forti e giaci a terra con un braccio e una gamba spezzati.
Mi basterebbe un dito per romperti l'osso del collo.»
«Sommo Hypnos, sommo Thanatos, perché non ucciderli?
«Di?» chiede incuriosito.
«Persefone, la divina consorte di Ade!»
«Allora questo cambia tutto.
Tu lo sapevi, Thanatos?»
«Certo che lo sapevo.
Pensavi che mi spostassi per giocare al gatto con il topo con questi inetti? L’equilibrio di questa incarnazione di Persefone è instabile e un contatto con i ricordi della sua miserevole vita mortale potrebbero complicare ancora le cose.
È meglio estirpare subito l’erbaccia, non pensi?»
Ora avverto ostilità nel Cosmo immenso di Hypnos una sensazione che mi raggela il sangue nelle vene.
«Stringi la mia mano Ecate e non lasciarla per nessun motivo» mormora Castore.
Io avvicino le dita alle sue, ferite e intrise di sangue.
Le sfioro e dopo un attimo di indecisione le stringo.
« E non pensare di finirli tu, Hypnos!
Io ho iniziato l'opera e io la chiuderò.
Con un solo colpo li ridurrò in briciole.
Non verserò un'altra goccia di sangue utilizzando l'Infausta Provvidenza.»
«E tu non saresti quello che gioca al gatto col topo assieme ai mortali?»
Il sorriso di Hypnos è tenue ma agghiacciante e fa eco perfetto a quello identico del fratello.
«Non importa.
Ade è contrario al nostro coinvolgimento diretto, ma immagino che anche lui stesso si libererebbe di un intralcio come lei.
Non rischierebbe mai di perdere Persefone.
Provvedi, fratello.
Cancellali da questo mondo» sentenzia.
«È il male minore» conclude, per poi voltarsi e compiere alcuni passi verso la notte, fino a diventare parte di essa.
«Per la prima volta devo ringraziarti, Hypnos» ghigna Thanatos, piegando tutti e due i gomiti e unendo i polsi.
Chiude appena le dita, concentrando tutto il suo immenso potere tra i palmi posti a coppa.
«Adesso» dice Castore sottovoce.
Il suo Cosmo si espande ancora e ci avviluppa entrambi, lasciando stupito il Dio della Morte.
«Non preoccuparti di difendere te stesso, Castore dei Gemelli!
Non c'è essere umano che può sfuggire all'Infausta Provvidenza!»
«Ti sbagli.
Io posso farlo e ti prometto, Thanatos, che la prossima volta che i nostri sguardi si incroceranno pagherai caro ciò che mi hai fatto.»
Thanatos ride delle parole di Castore, mentre sposta entrambe le braccia di lato, caricando il colpo che rilascia, distendendole verso di noi.
Un fascio di energia inaudita ci investirà!
«Dimensione Oscura» sussurra Castore.
Per un istante i miei sensi perdono qualsiasi percezione.
Mi sento perduta, sospesa nel nulla, senza più coscienza nemmeno del mio stesso corpo.
È una sensazione terribile il vero nulla, la negazione di ogni cosa, quella che sento.
Nonostante il dolore torni a farmi visita, sono felice di riaprire gli occhi sotto il cielo stellato dopo qualche interminabile istante.
Al mio fianco c'è Castore, disteso a terra sull'erba indurita dalla giornata calda.
La mia mano è ancora stretta alla sua.
I suoi occhi sono appena schiusi.
«Non ho idea di dove siamo.
Spero vicini al Grande Tempio.
Ferito in questo modo non riesco a controllare bene il potere della  Dimensione Oscura.
La mia è una tecnica di attacco che scaraventa l'avversario in una dimensione parallela nella quale egli sperimenta la sensazione del nulla. Chiunque abbia subito quel colpo non è più riuscito a tornare indietro: si è perso nel nulla o è finito lontano in qualche luogo inospitale al quale non è sopravvissuto.
È la prima volta che uso la Dimensione Oscura su me stesso.
Avevo paura di non uscirne»
«Invece ha funzionato.
Sei riuscito a salvarmi la vita ancora una volta.
Ancora una dannatissima volta.
Il mio debito con te si allunga a dismisura.»
Anche se tento di sorridere mi tremano le labbra su un singhiozzo che sono stanca di trattenere.
Ho voglia di piangere per la mia inettitudine, per la sorte di Calypso, per le ferite di Castore.
Ho voglia di piangere perché non so che cosa posso fare per oppormi a quella forza esagerata che ho visto.
Non ho armi dalla mia se non questi artigli ridicoli e tante parole non dette. Mia sorella minore è Persefone?
Era questo ciò che le disse Pandora a quel tempo?
E lei era consapevole di quello che il destino le aveva riservato?
È chiaro che sia questo il vero motivo per cui si è lasciata alle spalle la sua miserevole vita in mia compagnia.
Persino il Re degli Inferi è una migliore guida rispetto a me.
Sono confusa, delusa da me stessa e completamente distrutta.
«Piangere non serve assolutamente a niente Ecate.
È solo tempo sprecato.»
«Come faccio a non farlo?
Cosa posso fare se non constatare quanto io sia debole e inutile?»
«Pensa a come smettere di essere debole.
Agisci in quel senso.
Smettila di lamentarti e rimedia alle tue mancanze.»
Mi tiro seduta e poso una carezza sul suo braccio offeso.
«Non cancellerò mai quello che è accaduto.
Mia sorella è al fianco di Ade!
Lei che era così pura e gentile!
Ho lasciato che me la portassero via!
Sono scappata al tempio per espiare le mie colpe ma non ho fatto altro che aggiungerne altre!
Ho servito Ares pensando di essere nel giusto, ma ho deluso anche lui! Sono piombata in una profonda confusione senza una via da seguire e quando mi sembrava di scorgerla.
Guarda come sei ridotto!
Se non fosse stato per me non ti sarebbe accaduto!
Se non avessi dovuto proteggere me non saresti stato colpito e quegli infami non ti avrebbero cercato!»
«Infatti.
E la prossima volta non ti perdonerò.»
Le sue parole dure, sono rese ancora più taglienti dal suo sguardo gelido. Quegli occhi verdi mi schiacciano il cuore.
Sposta il braccio sinistro e posa la mano sui miei capelli all'altezza della nuca.
Avvicina il mio capo al suo in modo che le fronti si tocchino.
«Ma oramai ci siamo incontrati.
È un po’ come quando mi hai detto che avresti preferito incontrarmi in inverno»
Trova la forza per ridere a quel ricordo buffo.
«Difficilmente mi è capitato qualcosa al momento giusto, però non me la sento di lamentarmi.
Non possiamo farci niente e basta.
Dobbiamo trovare una soluzione e alla svelta.
Smettila di piangere» scandisce ogni parola come se parlasse a un tardo.
«E aiutami.»
Annuisco, cercando di placare i singhiozzi in tutti i modi.
Non ho tempo per perdermi in lacrime inutili.
Mi allontano da lui, scivolando via dalla sua presa.
Mi alzo in piedi anche se la debolezza mi fa barcollare.
Cerco di concentrarmi e analizzo con lo sguardo il paesaggio che ci circonda.
È poco lontana la grande Polis di Atene.
La città dei sogni di decine di uomini e donne.
Un luogo quasi leggendario per coloro che come me hanno sempre vissuto ai margini.
Le sue molteplici costruzioni e le sue mura si estendono sotto il chiarore della falce di luna che illumina la notte e sono magnifiche come le descrivevano i viandanti che giungevano in terra di Tracia.
Inconfondibile è il Grande Tempio posto sul punto più alto di uno sperone di roccia.
Sorge fuori dalle mura oltre un sentiero che costeggia diversi templi minori.
«Atene, laggiù c'è Atene!
Castore, ce l'hai fatta!
Siamo così vicini da poterla vedere!
Il tempio si trova su di una rupe, preceduto da altre costruzioni simili, giusto?
Non ci sono mai stata ma la sua descrizione è famosa in tutta la Grecia.»
«Dodici Case, più un edificio vicino alla grande statua della dea si sviluppano attorno a un sentiero che si arrampica sulla roccia.»
Conto tutti i templi e annuisco più volte.
Sono dodici, più un altro ai piedi della statua.
«Sì!
Castore, sì!
È il Grande Tempio!
Ci siamo quasi!» rido attonita come un naufrago che vede la terra dopo giorni di navigazione senza metà.
«Allora vai e chiedi aiuto.»
«Cosa?
Io non ti lascio qui da solo con quella ferita.»
«Pensi che la tua sola presenza mi guarisca?»
«Ovvio che no!
Ma ti porterò ad Atene trascinandoti via di peso!»
«Che cosa?
Credi che un Cavaliere d'Oro si lasci prendere in braccio da una donna?
La sua breve risata mi accende di rabbia.
«Credi che le tue esili braccia possano sollevare il peso mio e della mia armatura?»
«No, ma ti libererò di quella corazza e ti porterò lassù in men che non si dica!»
«Non pensarci nemmeno.
Un Cavaliere di Atena non abbandona mai le vestigia che lo proteggono. Non hai idea di quanto mi sia costato conquistarle.
Il tuo compito è quello di raggiungere il Grande Tempio»
«Smettila di fare il grand'uomo, idiota» lo interrompe una voce simile alla sua.
Simile?
No identica, ma la notte ne nasconde la sorgente.
«Hai un braccio distrutto una gamba spezzata e stai perdendo sangue a fiumi.
Per quanto possa essere agile e veloce la donna che ti porti a presso, non arriverà mai al Tempio prima che tu possa morire sotto il peso del tuo orgoglio.»
L'uomo si avvicina a noi e senza esitare si china su Castore.
Ora la luce della luna lo illumina e mi lascia senza fiato.
Sebbene più disordinati i suoi lunghi capelli sono identici a quelli di Castore. Lo stesso è per il viso e lo sguardo.
Il mio cuore perde un battito quando il braccio dello sconosciuto si solleva e si sposta all'indietro.
Il dito indice si distende e dopo una frazione di secondo si abbatte sulla ferita aperta della gamba di Castore.
Lui lancia un grido di dolore, per poi tacere, tremebondo.
«Tu!
Che diavolo gli hai fatto?» chiedo allarmata.
«Ho bloccato l'emorragia, non tanto perché mi interessa la sua sorte, ma perché voglio smettere di provare fastidio.
Io e Castore siamo gemelli e se il corpo di uno dei due viene ferito anche l'altro subisce dolore.
La malasorte ha voluto che le nostre vite fossero collegate sin dall'inizio» spiega, prima di avvolgere il busto di Castore con le braccia e sollevarlo da terra.
Lo tira in piedi e obbliga il suo braccio sano a posarsi sulle sue spalle.
«Non volevo il tuo aiuto, Polluce» afferma Castore, bruscamente.
«Né io avrei voluto dartene, ma come ho già spiegato sono stato costretto a trovarti e soccorrerti dal mio stesso corpo.»
«Impiegherò decenni a lavare via l'umiliazione.»
«Niente può farmi più felice.»
Pensavo che Castore fosse più maturo, per questo non mi aspettavo il suo comportamento  bisbetico e irritante nei confronti di suo fratello che altro non ha fatto che salvarlo.
È stata una fortuna che lui ci abbia trovato!
«Chi è la donna che ti porti dietro?» chiede Polluce incamminandosi verso un sentiero scarsamente battuto con il fratello claudicante appresso.
«Ecate di Tracia.
È stata benedetta dal dono del Cosmo e credo sia adatta ad ereditare un'armatura l'ultima tra quelle d'argento.»
«Cosa?»
«Sì.
Mi prenderò io stesso cura del suo addestramento.»
«Tu?
Sai bene che è vietato per una donna partecipare agli allenamenti degli uomini.
Come pensi di fare?
Mascherarti da sacerdotessa guerriera e assistere alle loro zuffe infantili?» chiede ironico.
«No.
Ne parlerò con il Grande Sacerdote.
Sarà lui a trovare una soluzione che si concili con il divieto.»
Polluce solleva le sopracciglia e si volta verso di me con un sorriso enigmatico sulle labbra.
«Non ti invidio, ragazza.
Tra qualche mese maledirai la sorte per non averti strappato la via in battaglia.»
Senza dubbio questo è il commento velenoso di un uomo amareggiato.
Al di là dei modi di Castore e del problema della sua doppia personalità egli non sembra affatto un mostro infernale.
Anzi probabilmente a me sembrerebbe un salvatore anche se lo vedessi fare strage di fronte ai miei occhi.
È brutto da dire, ma è così, lo è stato da quando l'ho visto in quella taverna e continua ad esserlo anche ora.
Anche se non lo ammetterebbe mai, c'è qualcosa che lo ha spinto a salvarmi la vita per ben due volte.
Sono sicura che è la stessa forza che ha spinto me a compiere questo salto nel buio.
Non voglio separarmi da lui nemmeno quando Polluce lo affida  ai cerusici del Tempio.
E proprio quest'ultimo a impedirmi di raggiungerlo, prendendomi per un braccio ferito.
«Non so a che livello di conoscenza tu sia con lui, ma non credo abbia il diritto a seguire le cure a cui verrà sottoposto.»
«Non voglio lasciarlo solo!»
«Non è solo.
È in mani di gran lunga migliori delle tue.
Non so ancora che cosa vi ha attaccati, ma mio fratello non è il tipo da finire così con poco.
Finora non è mai stato ferito così gravemente, forse perché non ha mai avuto una palla al piede.»
«Non ti permetto di parlarmi così» grido tra un singhiozzo e l'altro.
Piango di rabbia perché so che ha ragione.
Mi lascia andare e mi spinge via bruscamente.
«Sei una donna vanitosa.
Quelle come te sono il veleno dei guerrieri esattamente come i sentimenti che riescono a suscitare negli uomini.
Ma la tua infausta interferenza verrà sedata sul nascere.»
«Cosa vuoi farmi?
Uccidermi?»
«Metterti al tuo posto.
Castore ha detto che secondo lui sei adatta a divenire un Cavaliere d’Argento ebbene io sono il più forte di quelli presenti al Grande Tempio. Anche Megara, la sacerdotessa guerriero che si occupa delle nuove arrivate mi guarda con ammirazione e farà esattamente ciò che le consiglierò. Nessuna sacerdotessa guerriero gira a volto scoperto e nessuna, sottolineo nessuna, si permette di opporsi agli ordini di un uomo.»
I nostri sguardi si sostengono per lunghissimi istanti, finché una dura voce di donna non richiama l'attenzione di entrambi.
Ha i capelli lunghi e neri.
Il suo viso è coperto da una pesante maschera di metallo argento forse.
Il suo corpo è fasciato da vesti leggere e maschili e il petto è chiuso in un rozzo rinforzo metallico.
«I miei omaggi, nobile Polluce, come mai mi avete fatta chiamare?»
«Per fortuna sei giunta prima dell’alba.
Iniziavo a preoccuparmi.»
«Chiedo venia.
Non ho saputo fare di meglio.»
«Non avevo dubbi, tuttavia non ho il tempo per rimproverarti.
Ho ritrovato mio fratello in compagnia di questa donna.
Egli era ferito e sembra che anche lei abbia bisogno di cure.
Comprenderai che qui non può restare.
Portala con te nel luogo che gli spetta e fa in modo che non sconfini da questa parte senza una maschera sul viso.»
«Provvederò subito, nobile Polluce.»
Senza esitare la donna mi prende per un braccio.
Provo a dimenarmi a protestare.
Chiamo Castore a tutta voce e invoco il suo aiuto, ma non ricevo risposta. Mi separano da lui anche se non voglio.
Con i denti stretti ringhio più volte la stessa frase contro Polluce: «Tu non puoi comandarmi!»

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